L’economia americana non rallenta: perché la forza degli Stati Uniti spaventa il mercato obbligazionario
pubblicato:L’economia statunitense continua a resistere all’inflazione, ai dazi e all’aumento del costo del denaro

Crescita, occupazione e investimenti nell’intelligenza artificiale resistono ai tassi elevati
Il Treasury decennale supera il 5%, mentre aumenta il rischio di una nuova stretta della Federal Reserve
L’economia statunitense continua a resistere all’inflazione, ai dazi e all’aumento del costo del denaro.
I tradizionali freni della politica monetaria non sembrano ancora sufficienti per rallentare in modo significativo la crescita, l’occupazione e soprattutto gli investimenti legati all’intelligenza artificiale.
Questa apparente buona notizia per l’economia sta però diventando un problema per il mercato obbligazionario.
Il rendimento del Treasury decennale è salito oltre il 5,2%, raggiungendo livelli che non si vedevano dal 2007, mentre quello del trentennale ha superato il 5,5%.
I rendimenti crescono perché gli investitori chiedono una remunerazione maggiore per finanziare gli Stati Uniti in un contesto caratterizzato da inflazione persistente, prezzi dell’energia elevati, deficit pubblici consistenti e nuova offerta di obbligazioni governative e societarie.
L’economia non risponde più ai tassi come in passato?
L’aumento dei tassi normalmente agisce attraverso diversi canali: rende più costosi i mutui, riduce gli investimenti delle imprese, frena i consumi finanziati a debito e comprime le valutazioni degli asset finanziari.
Alcuni di questi effetti sono già visibili. Il settore immobiliare soffre il ritorno dei mutui trentennali intorno al 7%, mentre anche il comparto commerciale deve affrontare costi di rifinanziamento molto più elevati.
L’economia nel suo complesso, tuttavia, continua a mostrare una resistenza sorprendente.
Le imprese assumono, i licenziamenti restano relativamente contenuti e l’attività manifatturiera e dei servizi mostra nuovi segnali di accelerazione.
Il PMI composito preliminare di S&P Global è salito a 58,4 punti, il livello più elevato dal 2021. L’indicatore segnala non soltanto un’espansione dell’attività, ma anche una crescita sostenuta dei nuovi ordini.
Il rischio è che la domanda privata stia tornando ad accelerare proprio mentre le pressioni energetiche e tariffarie continuano ad alimentare l’inflazione.
L’intelligenza artificiale rende meno efficace la stretta monetaria
Uno degli elementi distintivi di questa fase è il ciclo degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Le grandi società tecnologiche continuano a destinare risorse enormi a data center, semiconduttori, reti elettriche, sistemi di raffreddamento e infrastrutture digitali.
Per queste imprese il costo del capitale rappresenta un vincolo meno severo rispetto a quanto accade per società più indebitate o con minore capacità di generare cassa.
Le aspettative sui rendimenti futuri dell’AI sono così elevate da giustificare, almeno per ora, investimenti consistenti anche con tassi d’interesse superiori al 5%.
Il fenomeno non riguarda soltanto i produttori di chip o i grandi gruppi tecnologici. La costruzione dei data center coinvolge una filiera molto più ampia: energia, materiali, impianti elettrici, edilizia, sistemi di trasmissione, raffreddamento e componentistica.
La spinta dell’intelligenza artificiale può quindi trasferirsi progressivamente ad altri settori, ampliando la base della crescita economica e rendendo più difficile il compito della Federal Reserve.
Se gli investimenti nell’AI non rallentano, la banca centrale potrebbe essere costretta a frenare con maggiore intensità tutto il resto dell’economia.
Petrolio e inflazione complicano il lavoro della Fed
Alla forza della domanda si aggiunge il rincaro dell’energia. Le tensioni geopolitiche legate soprattutto all’Iran e allo Stretto di Hormuz hanno mantenuto il petrolio su livelli elevati, alimentando il timore che l’aumento dei costi energetici possa trasferirsi sui prezzi di beni e servizi.
Una fiammata petrolifera temporanea non obbligherebbe necessariamente la Federal Reserve a intervenire. Il problema nascerebbe se l’energia più cara si combinasse con una domanda interna già molto robusta, una crescita sostenuta dei salari e un aumento generalizzato dei prezzi.
La Fed dovrebbe allora distinguere tra uno shock temporaneo dell’offerta e un surriscaldamento più profondo dell’economia. Nel secondo caso, ulteriori rialzi dei tassi diventerebbero difficili da evitare.
I futures sui Fed funds hanno già iniziato a incorporare la possibilità di una politica monetaria più restrittiva. Il mercato non teme tanto che la banca centrale abbia perso il controllo dell’inflazione, quanto che debba aumentare i tassi più di quanto previsto per mantenerlo.
Il ritorno dei bond vigilantes
In questo contesto sono tornati protagonisti i cosiddetti bond vigilantes, gli investitori che vendono titoli di Stato quando ritengono che politica fiscale e monetaria non offrano garanzie sufficienti contro inflazione, deficit e crescita del debito.
La pressione non si concentra soltanto sulla parte breve della curva, maggiormente influenzata dalle decisioni della Fed. Anche le scadenze più lunghe registrano aumenti rilevanti dei rendimenti, segnalando una maggiore richiesta di compensazione per il rischio fiscale e per l’incertezza sull’inflazione futura.
Il debito pubblico americano continua ad aumentare e il Tesoro deve collocare grandi quantità di titoli proprio mentre le banche centrali non assorbono più l’offerta come durante gli anni del quantitative easing.
A questo si aggiunge la concorrenza delle emissioni societarie necessarie a finanziare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il capitale disponibile deve quindi assorbire contemporaneamente debito pubblico, obbligazioni aziendali e investimenti infrastrutturali senza precedenti.
Utili in forte crescita: il sostegno principale di Wall Street
La forza dell’economia sostiene però anche i risultati societari. Per il terzo trimestre 2026 è stimata una crescita degli utili dell’S&P 500 pari al 29,1% su base annua.
Se confermato, si tratterebbe del terzo trimestre consecutivo con una crescita degli utili superiore al 25%. Il dato è stato inoltre rivisto al rialzo rispetto al 26,7% previsto alla fine di giugno.
Queste revisioni spiegano perché Wall Street abbia resistito all’impennata dei rendimenti. Una parte della discesa del rapporto prezzo/utili non deriva dal calo dei prezzi, ma dalla rapida crescita delle stime sugli utili.
Il sostegno è quindi concreto, ma presenta anche un rischio: valutazioni elevate possono essere mantenute finché gli utili continuano a sorprendere positivamente.
Un rallentamento degli investimenti nell’AI, una compressione dei margini o una revisione negativa delle stime cambierebbero rapidamente il quadro.
Il paradosso della crescita troppo forte
Gli Stati Uniti si trovano così davanti a un paradosso. Un’economia robusta riduce il rischio di recessione e sostiene gli utili aziendali, ma contemporaneamente mantiene alta l’inflazione, alimenta il rialzo dei rendimenti e rende più probabili nuovi interventi della Federal Reserve.
La crescita rappresenta quindi sia il principale sostegno di Wall Street sia la ragione per cui il mercato obbligazionario continua a vendere Treasury.
La tenuta delle Borse dipenderà dalla possibilità di mantenere questo equilibrio: utili sufficientemente forti da compensare l’aumento del tasso di sconto, ma non tanto da costringere la Fed a una stretta ancora più aggressiva.
Nel secondo articolo analizzeremo quanto può durare la resistenza di Wall Street, confrontando il quadro attuale con il 1994, il 1999, il 2016 e il difficile precedente del 2022.
Leggi anche: “Wall Street sfida i Treasury: l’S&P 500 è davvero sopravvalutato?”
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