Wall Street sfida i Treasury: l’S&P 500 è davvero sopravvalutato?

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
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I Treasury attraversano una delle fasi più difficili degli ultimi anni, con rendimenti tornati sui massimi da quasi due decenni, mentre l’S&P 500 continua a mostrare una notevole capacità di tenuta

Wall Street sfida i Treasury: l’S&P 500 è davvero sopravvalutato?

Il mercato americano presenta una situazione apparentemente contraddittoria

I Treasury attraversano una delle fasi più difficili degli ultimi anni, con rendimenti tornati sui massimi da quasi due decenni, mentre l’S&P 500 continua a mostrare una notevole capacità di tenuta.

In condizioni normali, un aumento così rapido del costo del denaro dovrebbe rappresentare un ostacolo significativo per le azioni.

Rendimenti obbligazionari più elevati aumentano il costo dei finanziamenti, riducono il valore attuale degli utili futuri e offrono agli investitori un’alternativa meno rischiosa rispetto alla Borsa.

La forza degli utili e gli investimenti nell’intelligenza artificiale hanno però finora compensato una parte consistente di queste pressioni.

Leggi anche: “L’economia americana non rallenta: perché la forza degli Stati Uniti spaventa il mercato obbligazionario”.

Un P/E di 19,2 non indica una bolla evidente

Il rapporto prezzo/utili atteso a 12 mesi dell’S&P 500 è sceso verso 19,2 volte. Il dato non segnala una sopravvalutazione estrema se confrontato con le medie degli ultimi anni.

La discesa del multiplo è stata favorita soprattutto dall’aumento delle stime sugli utili. Per il terzo trimestre 2026 il mercato prevede infatti una crescita degli utili dell’indice pari al 29,1% su base annua, dal 26,7% stimato alla fine di giugno.

Se il dato venisse confermato, si tratterebbe del terzo trimestre consecutivo con una crescita degli utili superiore al 25%.

Il mercato non è quindi salito soltanto per una nuova espansione dei multipli: una parte importante del rialzo è sostenuta dall’aumento degli utili e delle relative aspettative.

Questo non significa, tuttavia, che l’indice sia conveniente.

Il confronto decisivo è con il Treasury

Un P/E di 19,2 corrisponde a un rendimento implicito degli utili, o earnings yield, pari a circa il 5,21%:

E/P = 1/19,2 = 5,21%

Con il Treasury decennale intorno al 5,2%, il rendimento implicito degli utili dell’S&P 500 è praticamente identico a quello offerto da un titolo di Stato statunitense.

Il confronto non è perfetto. Gli utili societari possono crescere nel tempo, mentre la cedola di un’obbligazione rimane fissa. Le azioni possono inoltre offrire dividendi, riacquisti di titoli propri e apprezzamento del capitale.

Resta però un punto centrale: chi acquista azioni assume volatilità, rischio economico e incertezza sugli utili.

Con rendimenti governativi superiori al 5%, la remunerazione aggiuntiva offerta dal mercato azionario appare particolarmente contenuta.

L’S&P 500 può quindi non essere eccezionalmente caro rispetto alla propria storia recente, ma risulta costoso rispetto alle alternative obbligazionarie disponibili oggi.

Il mercato sta scommettendo su una forte crescita futura

La valutazione attuale può essere giustificata soltanto se la crescita degli utili rimarrà elevata. Il mercato sta implicitamente scommettendo su tre condizioni:

  • •

    prosecuzione del ciclo di investimenti nell’intelligenza artificiale;

  • •

    mantenimento di margini aziendali molto elevati;

  • •

    assenza di una recessione provocata dalla stretta monetaria.

Finché queste condizioni restano valide, il P/E può rimanere sopra le medie storiche di lungo periodo. Se invece una di esse venisse meno, il mercato potrebbe correggere anche senza una vera recessione.

Il rischio è inoltre concentrato. Una parte rilevante della crescita degli utili e della capitalizzazione dell’indice dipende dalle grandi società tecnologiche. Il P/E complessivo può quindi nascondere forti differenze tra i principali titoli e il resto del mercato.

Anche altri indicatori suggeriscono prudenza: il rapporto prezzo/fatturato dell’indice rimane vicino ai massimi degli ultimi vent’anni.

Il P/E appare meno estremo perché incorpora margini di profitto eccezionalmente elevati, che potrebbero però comprimersi in caso di rallentamento economico o aumento dei costi.

1994: le azioni soffrono, poi recuperano

Nel 1994 la Federal Reserve guidata da Alan Greenspan iniziò ad aumentare i tassi in modo inatteso.

Il rendimento del Treasury decennale salì di oltre un punto percentuale in circa 40 sedute e l’S&P 500 arrivò a perdere approssimativamente l’8%.

Successivamente le azioni recuperarono, nonostante il proseguimento del rialzo dei rendimenti. Gli investitori conclusero che la stretta monetaria non avrebbe provocato una recessione e che la crescita economica avrebbe continuato a sostenere gli utili.

Il precedente mostra che l’aumento dei rendimenti non è automaticamente ribassista per la Borsa. Conta soprattutto la ragione del movimento e la capacità degli utili di assorbirne gli effetti.

1999: la tecnologia supera il timore dei tassi

Nel 1999 i rendimenti salirono prima dell’avvio di una nuova serie di rialzi dei tassi. Wall Street attraversò una fase volatile, ma l’entusiasmo per Internet prevalse temporaneamente sulle preoccupazioni legate al costo del denaro.

Il confronto con l’attuale ciclo dell’intelligenza artificiale è inevitabile. Anche oggi gli investitori attribuiscono alla nuova tecnologia la capacità di trasformare produttività, crescita e redditività delle imprese.

Il precedente invita però alla cautela: l’S&P 500 raggiunse il massimo della bolla tecnologica nel marzo 2000 e successivamente perse quasi la metà del proprio valore entro il minimo del 2002.

Una tecnologia può essere realmente rivoluzionaria senza che qualsiasi prezzo pagato per partecipare al cambiamento sia necessariamente ragionevole.

2016: rendimenti e azioni salgono insieme

Il 2016 rappresenta lo scenario più favorevole. I rendimenti aumentarono perché gli investitori vedevano una normalizzazione della crescita dopo gli anni difficili seguiti alla crisi finanziaria.

Azioni e rendimenti salirono insieme, sostenuti dalle aspettative di maggiore crescita, riduzione delle tasse e deregolamentazione.

Questo è lo scenario sul quale sembra puntare oggi Wall Street: rendimenti più elevati non come segnale di crisi, ma come conseguenza di un’economia forte, di utili in espansione e di grandi investimenti produttivi.

Il precedente negativo del 2022

Nel 2022 la situazione fu molto diversa. La Federal Reserve dovette riconoscere che l’inflazione non era temporanea e avviò una stretta monetaria molto più aggressiva del previsto.

Obbligazioni e azioni scesero contemporaneamente. I titoli tecnologici, più sensibili al valore attuale degli utili futuri, furono particolarmente penalizzati.

Il rischio per il 2026 è che il mercato stia sottovalutando ancora una volta la quantità di restrizione monetaria necessaria per riportare sotto controllo l’inflazione.

Se petrolio, salari e domanda interna mantenessero elevate le pressioni sui prezzi, la Fed potrebbe dover aumentare i tassi finché anche le condizioni finanziarie e il mercato azionario non iniziassero realmente a frenare l’economia.

La soglia da sorvegliare non è soltanto il P/E

La variabile decisiva potrebbe quindi non essere il multiplo dell’S&P 500, ma il rendimento reale dei Treasury.

Se il decennale si stabilizzasse o iniziasse a scendere, la crescita degli utili potrebbe consentire a Wall Street di assorbire le valutazioni attuali. Una distensione geopolitica e un calo del petrolio rafforzerebbero questo scenario.

Se invece il Treasury decennale proseguisse verso il 5,5-6%, la pressione sui multipli diventerebbe progressivamente più difficile da compensare. Il mercato dovrebbe allora scegliere tra due aggiustamenti:

  • •

    una discesa dei prezzi azionari;

  • •

    una crescita degli utili ancora più forte di quella già prevista.

S&P 500 caro, ma non necessariamente in bolla

La conclusione richiede quindi una distinzione.

L’S&P 500 non presenta una sopravvalutazione estrema sulla base del solo forward P/E, soprattutto considerando la crescita degli utili prevista per il terzo trimestre. Ma non può nemmeno essere definito conveniente.

Con il Treasury decennale sopra il 5%, il mercato azionario è valutato per uno scenario molto favorevole: crescita robusta, margini elevati, investimenti nell’AI ancora in accelerazione e inflazione sufficientemente controllata da evitare una stretta monetaria distruttiva.

Il problema non è tanto il livello attuale del P/E, quanto il ridotto margine di sicurezza. Se gli utili continueranno a sorprendere positivamente, Wall Street potrà resistere ancora.

Se invece le aspettative verranno deluse, l’aumento del rendimento privo di rischio renderà la correzione dei multipli molto più rapida.

L’S&P 500 non è necessariamente in una bolla, ma è un mercato che non può permettersi molti errori.

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Informazioni sull'autore:

Alessandro Magagnoli
Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell'agosto 1992. La mia passione per l'analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all'Università Bicocca e all'Università Cattolica.