Powell lascia una Fed più divisa che mai: quattro dissensi e nessun consenso su cosa fare dopo

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
4 min

Kevin Warsh eredita una banca centrale sotto pressione politica mentre petrolio e guerra in Iran minacciano il percorso verso i tagli dei tassi

Powell lascia una Fed più divisa che mai: quattro dissensi e nessun consenso su cosa fare dopo

La decisione della Fed di lasciare invariati i tassi nel range 3,50%-3,75% segna formalmente la fine dell’era Powell, ma soprattutto certifica quanto il contesto macroeconomico americano sia diventato complesso e potenzialmente instabile.

Il grafico dei Fed Funds racconta una storia molto interessante: ogni volta che la banca centrale americana ha portato i tassi su livelli restrittivi per contrastare inflazione o eccessi economici, nel giro di alcuni trimestri è quasi sempre arrivata una recessione o quantomeno un forte rallentamento economico.

Powell lascia una Fed più divisa che mai: quattro dissensi e nessun consenso su cosa fare dopo

È accaduto dopo il ciclo restrittivo del 2000, culminato con lo scoppio della bolla dot-com e la recessione del 2001. È successo nuovamente dopo i rialzi del 2004-2007, seguiti dalla crisi finanziaria del 2008.

Anche nel 2018-2019, pur senza una recessione immediata causata dalla Fed, il rallentamento fu evidente e costrinse Powell a invertire rapidamente la rotta prima ancora dello shock pandemico.

Oggi ci troviamo di nuovo in una situazione che presenta molte similitudini: i tassi sono rimasti per lungo tempo su livelli elevati dopo il ciclo restrittivo più aggressivo degli ultimi quarant’anni e storicamente questa fase di “plateau restrittivo” raramente termina in modo indolore.

Il vero problema: questa volta l’inflazione non sta scendendo abbastanza velocemente

Qui però emerge una differenza sostanziale rispetto ai cicli precedenti.

Normalmente la Fed taglia i tassi quando l’inflazione rallenta in modo evidente e l’economia inizia a perdere slancio. Oggi invece la crescita sta mostrando i primi segnali di raffreddamento mentre l’inflazione resta ancora attorno al 3%, quindi ben sopra il target del 2%.

La guerra in Iran sta ulteriormente complicando il quadro perché il petrolio elevato rischia di trasformarsi in uno shock energetico più persistente.

Se il Brent dovesse stabilizzarsi su livelli molto alti per mesi:

  • aumenterebbero i costi di trasporto

  • salirebbero i costi industriali

  • si ridurrebbe il reddito disponibile delle famiglie

  • l’inflazione headline tornerebbe sotto pressione

In questo scenario la Fed rischia di trovarsi intrappolata: economia più debole ma margini limitati per tagliare i tassi rapidamente.

Una Fed spaccata e una transizione molto delicata

Il meeting conclusosi oggi ha mostrato chiaramente queste tensioni.

Quattro membri hanno dissentito, il livello più alto dal 1992.

Tre governatori hanno contestato il mantenimento di un orientamento ancora implicitamente favorevole ai tagli, ritenendo che i rischi inflazionistici siano sottovalutati.

Un altro membro ha invece chiesto un taglio immediato per prevenire un deterioramento più marcato della crescita.

Questa spaccatura riflette perfettamente il dilemma attuale: combattere un’inflazione ancora troppo alta oppure intervenire prima che il rallentamento economico si trasformi in recessione.

Il grafico suggerisce che il rischio recessione sta aumentando

Guardando il grafico storico dei Fed Funds il messaggio è piuttosto evidente: i tassi attuali restano ancora su livelli che in passato hanno quasi sempre preceduto una frenata economica importante.

Il problema è che la politica monetaria agisce con ritardi molto lunghi, spesso tra 12 e 24 mesi. Gran parte degli effetti restrittivi dei rialzi del 2023 e del 2024 potrebbe non essersi ancora manifestata pienamente.

Nel frattempo stanno emergendo diversi segnali da monitorare:

  • rallentamento dei consumi

  • aumento delle insolvenze nel credito subprime

  • maggiore fragilità nel real estate commerciale

  • stress crescente nel private credit

  • mercato del lavoro meno brillante rispetto a un anno fa

Se a questi elementi si aggiunge uno shock energetico persistente, il rischio di recessione nei prossimi trimestri non può essere escluso.

Kevin Warsh eredita uno scenario molto più difficile di quanto sembri

Il successore designato da Trump, Kevin Warsh, potrebbe trovarsi fin dai primi mesi davanti a una scelta estremamente difficile.

Se l’economia rallenta troppo dovrà tagliare i tassi.

Se invece petrolio e inflazione dovessero restare elevati potrebbe essere costretto a mantenere una linea dura più a lungo del previsto.

Il mercato continua a scommettere su una Fed pronta a salvare la crescita come avvenuto in passato.

Ma questa volta il contesto è diverso: debito più alto, inflazione meno prevedibile, tensioni geopolitiche più forti e una banca centrale sempre più sotto pressione politica.

Ed è proprio questo il punto più delicato: il grafico dei Fed Funds suggerisce che il rallentamento economico potrebbe essere vicino, ma questa volta la Fed potrebbe avere molte meno munizioni e molta meno libertà di manovra rispetto ai cicli precedenti.

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