Inflazione Usa, nuova fiammata dei prezzi alla produzione: la Fed torna sotto pressione

di Alessandro Magagnoli pubblicato:
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L’inflazione si estende oltre l’energia, ma alcuni indicatori segnalano un rallentamento dell’economia: aumenta il rischio di uno scenario stagflazionistico

Inflazione Usa, nuova fiammata dei prezzi alla produzione: la Fed torna sotto pressione

L’inflazione statunitense non è più soltanto la conseguenza temporanea del rincaro del petrolio

Sul fronte macroeconomico, i dati pubblicati giovedì hanno rafforzato i timori che l’inflazione statunitense non sia più soltanto la conseguenza temporanea del rincaro del petrolio.

A settembre i prezzi alla produzione sono infatti aumentati al ritmo mensile più rapido degli ultimi quattro anni e mezzo, mostrando pressioni diffuse tanto sui beni quanto sui servizi.

L’indice dei prezzi alla produzione è salito dell’1,3% su base mensile, dopo il +0,5% di agosto, dato rivisto al rialzo. Il risultato è stato più che doppio rispetto al +0,6% previsto dagli economisti. Su base annua, l’incremento ha raggiunto il 6,3%, il valore più elevato dal dicembre 2022, rispetto al 5,6% del mese precedente.

L’accelerazione rappresenta un segnale particolarmente delicato perché arriva il giorno successivo alla pubblicazione di prezzi al consumo anch’essi superiori alle attese.

Il rischio è che lo shock energetico provocato dalla guerra con l’Iran e dalle tensioni sui flussi petroliferi stia iniziando a trasferirsi all’intera catena produttiva.

L’energia resta il motore principale

A settembre i prezzi dell’energia alla produzione hanno registrato un balzo del 10,8% su base mensile, mentre quelli dei prodotti alimentari sono aumentati dell’1,2%.

Il forte rincaro del petrolio e dei prodotti raffinati produce effetti che vanno ben oltre il prezzo della benzina e del diesel.

Aumentano i costi di trasporto, logistica, agricoltura, produzione industriale e imballaggio.

Anche numerosi materiali utilizzati nell’industria, dalla plastica ai prodotti chimici, dipendono direttamente o indirettamente dagli idrocarburi.

Le imprese devono quindi decidere se assorbire i maggiori costi, riducendo i propri margini, oppure trasferirli sui clienti attraverso nuovi aumenti dei prezzi. La seconda possibilità appare più probabile nei comparti caratterizzati da domanda ancora robusta o da una concorrenza limitata.

Il PPI non misura direttamente l’inflazione pagata dalle famiglie, ma rappresenta un indicatore importante delle pressioni presenti lungo la catena produttiva.

Se gli aumenti vengono trasferiti a valle, la fiammata dei prezzi alla produzione può anticipare ulteriori tensioni sull’inflazione al consumo nei prossimi mesi.

Il dato core è il segnale più preoccupante

L’aspetto più rilevante del rapporto non è però soltanto il rincaro dell’energia. Escludendo alimentari ed energia, i prezzi alla produzione core sono aumentati dello 0,7% su base mensile, dopo il +0,2% di agosto e contro il +0,3% atteso.

La forte accelerazione della componente core indica che le pressioni sui prezzi si stanno diffondendo anche alle categorie meno direttamente esposte alle oscillazioni del petrolio.

Il fenomeno rende meno convincente l’ipotesi secondo cui l’inflazione sarebbe destinata a rientrare automaticamente con la normalizzazione dei mercati energetici.

Le imprese stanno affrontando contemporaneamente:

  • •

    costi energetici più elevati;

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    maggiore spesa per trasporti e logistica;

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    aumento del costo del credito;

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    rincari di alcune materie prime;

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    tariffe doganali e difficoltà negli approvvigionamenti;

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    forte domanda di componenti e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.

Il rischio è che questi fattori si alimentino reciprocamente, trasformando uno shock inizialmente concentrato sull’energia in una pressione più persistente sui prezzi di beni e servizi.

Il passaggio dai prezzi alla produzione a quelli al consumo

Non tutti gli aumenti del PPI vengono trasferiti automaticamente ai consumatori. Molto dipende dalla forza della domanda e dal potere contrattuale delle imprese.

In un’economia debole, le aziende possono essere costrette ad assorbire una parte dei rincari per evitare di perdere clienti. In questo caso, l’effetto si manifesta soprattutto attraverso una riduzione dei margini societari.

Se invece i consumi restano solidi, le imprese hanno maggiore possibilità di aumentare i listini. Il trasferimento dei costi produce allora nuova inflazione al consumo, rafforzando la necessità di una politica monetaria restrittiva.

Negli Stati Uniti la domanda non è ancora crollata, ma iniziano a emergere segnali di raffreddamento.

Le vendite al dettaglio sono aumentate dello 0,8% a settembre, ma il progresso è stato favorito soprattutto dal maggiore costo dei carburanti.

Il cosiddetto gruppo di controllo, utilizzato per il calcolo della spesa nei conti nazionali, è cresciuto soltanto dello 0,15%, contro il +0,30% previsto.

Il consumatore americano continua quindi a spendere in termini nominali, ma una quota crescente della spesa serve semplicemente a pagare prezzi più elevati.

Questo riduce il potere d’acquisto reale e potrebbe tradursi in consumi più deboli nei prossimi mesi.

Mercato del lavoro ancora solido, ma meno dinamico

Le richieste settimanali di sussidio di disoccupazione si sono attestate a 199.000 unità, in aumento di appena mille rispetto alla rilevazione precedente. Il dato resta molto contenuto e non segnala, per il momento, un deterioramento significativo del mercato del lavoro.

La tenuta dell’occupazione rappresenta tuttavia un’arma a doppio taglio. Da una parte sostiene i redditi e riduce il rischio di recessione; dall’altra mantiene elevata la capacità di spesa delle famiglie e può rendere più difficile il rientro dell’inflazione.

Il mercato del lavoro statunitense sembra quindi attraversare una fase di progressivo raffreddamento, ma non ancora una vera crisi. Le imprese assumono meno, mentre i licenziamenti rimangono limitati. Questa situazione permette alla Federal Reserve di mantenere un orientamento restrittivo senza dover reagire immediatamente a un aumento della disoccupazione.

L’industria rallenta: Philadelphia Fed sotto le attese

Indicazioni meno favorevoli arrivano dall’indice manifatturiero della Federal Reserve di Filadelfia, sceso a 20,9 punti in ottobre, dai 37,8 di settembre e contro i 28 punti previsti.

Il valore resta positivo e segnala ancora un’espansione dell’attività, ma la brusca decelerazione suggerisce che il settore manifatturiero sta perdendo slancio.

Le aziende industriali sono particolarmente esposte all’aumento dei costi energetici, alle tensioni commerciali e al rialzo dei tassi.

Il deterioramento dell’indice di Filadelfia, insieme al rallentamento della componente più significativa delle vendite al dettaglio, mostra quindi un’economia ancora in crescita, ma sottoposta a pressioni sempre più intense.

Si sta delineando una combinazione scomoda: prezzi in accelerazione e attività economica in rallentamento. Non si tratta ancora di stagflazione in senso pieno, ma la direzione dei dati aumenta il rischio di avvicinarsi a quello scenario.

Il dilemma della Federal Reserve

Per la Federal Reserve il quadro diventa particolarmente complesso. Dopo avere aumentato i tassi a settembre per la prima volta in tre anni, la banca centrale aveva lasciato intendere di poter attendere nuovi dati prima di procedere con un’altra stretta.

Il rapporto sui prezzi alla produzione riduce però lo spazio per una lunga pausa. La Fed deve riportare l’inflazione verso il proprio obiettivo del 2%, ma gli ultimi dati mostrano che la dinamica dei prezzi si sta muovendo nella direzione opposta.

Al momento il mercato continua ad attribuire maggiore probabilità a tassi invariati nella riunione di fine ottobre. Le aspettative si sono però spostate rapidamente sulla riunione successiva: la probabilità implicita di un rialzo di 25 punti base a dicembre è salita intorno al 70%.

Il problema per la banca centrale non consiste soltanto nel decidere quando intervenire, ma anche nello stabilire fino a quale livello debbano salire i tassi per raffreddare la domanda.

Una parte delle pressioni inflazionistiche deriva infatti da fattori sui quali la politica monetaria ha un’influenza limitata.

Aumentare il costo del denaro non può riaprire lo Stretto di Hormuz, incrementare immediatamente la capacità di raffinazione o eliminare le strozzature nelle filiere produttive.

La Fed può però ridurre la domanda complessiva, rendendo più difficile per le imprese trasferire i rincari sui consumatori.

Questo significa che, per compensare uno shock dal lato dell’offerta, la banca centrale potrebbe essere costretta a esercitare una pressione ancora maggiore sulle componenti dell’economia più sensibili ai tassi, come edilizia, credito, consumi durevoli e investimenti aziendali.

Tassi elevati, ma Treasury acquistati come bene difensivo

La reazione del mercato obbligazionario è stata apparentemente contraddittoria. Nonostante i dati sull’inflazione rendano più probabili nuovi rialzi dei tassi, il rendimento del Treasury decennale è sceso verso il 5,10%.

Il movimento può essere spiegato con l’aumento dell’avversione al rischio. Gli investitori hanno acquistato titoli di Stato statunitensi per proteggersi dalla correzione dei mercati azionari e dalla possibilità che una politica monetaria più restrittiva provochi un rallentamento economico più marcato.

Il calo dei rendimenti non rappresenta quindi necessariamente un segnale di minore preoccupazione per l’inflazione.

Può riflettere, al contrario, il timore che la Fed debba mantenere i tassi elevati abbastanza a lungo da danneggiare la crescita.

La distinzione è importante. Una discesa dei rendimenti accompagnata da migliori prospettive sull’inflazione sarebbe favorevole alle azioni. Una discesa provocata dalla ricerca di sicurezza e dal timore di recessione offre invece un sostegno molto più incerto ai listini.

Le conseguenze per Wall Street

I dati sui prezzi mettono sotto pressione soprattutto i comparti caratterizzati da valutazioni elevate e utili attesi molto lontani nel tempo. È il caso della tecnologia e, in particolare, delle società legate all’intelligenza artificiale.

Tassi più elevati aumentano il tasso utilizzato per attualizzare i profitti futuri, riducendone il valore presente. Lo stesso meccanismo rende inoltre più costoso finanziare data center, reti elettriche, semiconduttori e altre infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’AI.

Le grandi piattaforme tecnologiche dispongono di risorse finanziarie sufficienti per proseguire gli investimenti anche in presenza di un costo del capitale più elevato.

Le società più indebitate o dipendenti dal credito potrebbero invece trovarsi in difficoltà se i progetti richiedessero più tempo del previsto per generare ricavi.

L’inflazione crea quindi una selezione sempre più netta tra imprese capaci di finanziare autonomamente la crescita e società il cui modello dipende dalla continua disponibilità di capitale a condizioni favorevoli.

Il dollaro può restare sostenuto

Una Fed più restrittiva tende inoltre a sostenere il dollaro. Se i tassi statunitensi restano più elevati più a lungo rispetto a quelli europei, gli investimenti denominati in dollari diventano relativamente più attraenti.

Il rafforzamento della valuta americana contribuisce a contenere il costo delle importazioni negli Stati Uniti, ma crea nuove difficoltà per il resto del mondo.

Un dollaro forte rende infatti più costose le materie prime quotate nella valuta americana e può aumentare il peso dei debiti contratti in dollari.

Per le Borse, un ulteriore apprezzamento del dollaro rappresenterebbe un segnale di cautela. Potrebbe riflettere sia l’aspettativa di tassi statunitensi più elevati sia una crescente domanda di attività rifugio.

Eurozona: industria ancora in contrazione

Il quadro europeo appare diverso, ma non necessariamente migliore. Ad agosto la produzione industriale dell’Eurozona è diminuita dello 0,5% su base mensile, dopo il calo dello 0,3% registrato a luglio.

La contrazione conferma la debolezza del settore manifatturiero europeo, particolarmente esposto al costo dell’energia, alla domanda internazionale e alla concorrenza asiatica.

L’Europa deve quindi affrontare pressioni inflazionistiche importate attraverso energia e cambio in presenza di una crescita più fragile rispetto a quella statunitense.

Per la BCE il dilemma è ancora più difficile: nuovi rialzi dei tassi potrebbero aggravare la debolezza dell’industria e aumentare la tensione sui debiti sovrani, ma una risposta troppo prudente rischierebbe di favorire un ulteriore indebolimento dell’euro e nuove pressioni sui prezzi.

Uno scenario sempre meno favorevole per i mercati

Il dato sul PPI statunitense non indica automaticamente una recessione né garantisce un nuovo rialzo dei tassi già a ottobre. Segnala però che il processo di disinflazione si è interrotto e che le pressioni sui prezzi stanno diventando più ampie.

Per i mercati, la combinazione più favorevole sarebbe un progressivo rallentamento della domanda accompagnato da una normalizzazione del petrolio e dei costi produttivi.

In questo scenario la Fed potrebbe evitare una lunga serie di rialzi e i rendimenti obbligazionari avrebbero spazio per scendere senza incorporare un rischio recessivo elevato.

Lo scenario più negativo sarebbe invece quello nel quale petrolio e prezzi core continuassero a salire mentre consumi e produzione rallentano.

La banca centrale sarebbe costretta a scegliere tra tollerare un’inflazione più elevata oppure irrigidire ulteriormente la politica monetaria, aumentando il rischio di recessione.

Il rapporto di settembre sposta l’equilibrio verso questa seconda ipotesi. L’inflazione non appare più confinata all’energia, la crescita mostra i primi segnali di affaticamento e la Fed dispone di margini sempre più ridotti per attendere.

Per azioni e obbligazioni, la volatilità è quindi destinata a restare elevata.

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Informazioni sull'autore:

Alessandro Magagnoli
Alessandro Magagnoli

Nato nel 1966, mi sono laureato a Londra in economia applicata presso la University of East London nel luglio 1991, per poi conseguire un Master of Science nella stessa disciplina al Queen Mary and Westfield College nell'agosto 1992. La mia passione per l'analisi tecnica è nata nel 1992, e nel maggio 1993 ho ottenuto il diploma in Technical Analysis rilasciato dalla Society of Technical Analysis (STA). Ho insegnato nei dipartimenti di econometria all'Università Bicocca e all'Università Cattolica.