Scoppia la pace in Iran? I mercati ci credono (e vendono il petrolio)
pubblicato:Europa in gran forma sull’equity e sul sovereign, ma per Trump la strada verso le midterm resta ripida e ci vorranno ben altri risultati per cancellare l’impressione di un generale fallimento delle politiche economiche USA. Oggi però intanto il rendimento del BTP decennale torna al 3,71%

Seduta di festa per i listini azionari di mezzo mondo dopo lo scoppio della pace veicolato dall’ennesimo, ma stavolta gradito, post di Donald J. Trump sul suo social network Truth: “Gli Stati Uniti aiuteranno nella ricostruzione del traffico sullo Stretto di Hormuz […] Proprio come stiamo sperimentando negli Stati Uniti, questa potrebbe essere l’Età dell’Oro del Medioriente”.
Dalla fine della civiltà persiana alla Golden Age (citazione sicuramente involontaria di Mark Twain o Gore Vidal, che suonavano ben altri spartiti) il passo è breve: giusto qualche ora, sufficiente al trionfo del Taco trade.
I mercati reagiscono. E’ sull’orlo del baratro che l’equilibrio è massimo recita una frase di strada erroneamente attribuita qualche volta a Friedrich Nietsche: le vendite sul petrolio precipitano, i listini asiatici rimbalzano con forza, l’Europa apre in gran forma, il peggio sembra alle spalle.
Già perché la distruzione delle infrastrutture civili, anche energetiche ma non soltanto, minacciata dalla Casa Bianca avrebbe generato ritorsioni sugli asset energetici mediorientali già colpiti nelle scorse settimane da Teheran e avrebbe segnato un punto di non ritorno: a quel punto anche un nuovo cessate il fuoco sarebbe stato necessariamente tardivo perché comunque con raffinerie e oleodotti ko, anche i flussi di idrocarburi e fertilizzanti dal Golfo avrebbero richiesto mesi e anni per la ricostruzione, l’inflazione mondiale sarebbe cresciuta, la crescita si sarebbe compressa ancora.
Iran, Trump frena, ma ci saranno conseguenze e l'economia già rallentava
A un passo da quel baratro, Trump si è fermato, ma forse è già troppo tardi.
Quella guerra all’Iran che a Tel Aviv è (a torto o a ragione) definita esistenziale, a Washington risulta incomprensibile ai più, nei fini e nelle ragioni.
Oggi forse si può iniziare a gestirla, ma contrabbandarla per una vittoria sarà molto difficile per i pasdaran, come per i trumpiani della prima ora.
A più riprese i MAGA hanno espresso qualche mal di pancia per l’ennesima guerra lontana che rischiava di diventare duratura e per l’impatto assai più vicino alla pompa della gasolina con 4,16 dollari al gallone contro i 3 del pre-cresi: roba che pesa alle urne e si vedrà sicuramente il prossimo novembre alle elezioni di Midterm, quando probabilmente Trump perderà la maggioranza sia al Senato, che alla Camera e dovrà a quel punto fare i conti con un Congresso nemico capace di mandare di nuovo in shutdown le intemperanze del presidente.
In tutta la West Coast la benzina varia tra 4,29 e 5,93 dollari al gallone, anche nel Nord Ovest è appena meno cara, mentre nel Midwest e nel Sud va un po’ meno peggio. Ma è solo uno dei fattori che in qualche maniera peseranno sui prezzi e sulla crescita Usa, sulla nuova Fed a trazione Kevin Warsh sul riassetto di Wall Street sui temi caldi dell’AI e dell’occupazione, del consumo e del potere d’acquisto.
L’America che Trump presenta alle prossime urne fa già i conti con il primo anno abbondante di un’Amministrazione niente affatto ordinaria: il Pil del quarto trimestre del 2025, pesantemente influenzato dai dazi e dallo shutdown più lungo della storia (dal 1° ottobre al 12 novembre 2025) ha frenato allo 0,7% Non proprio una novità per un’amministrazione pubblica abituata alla lotta fra Casa Bianca e Congresso sui tetti di spesa e debito, ma comunque il dato finale di un anno 2025 che si chiude per gli Stati Uniti con un Pil del 2,1% in netto calo rispetto al 2,8% del 2024 e al 2,9% del 2023.
Forse “sleepy Biden” era meno vivace, ma complessivamente portava a caso risultati per ora migliori. La frenata più brusca è venuta proprio dalla politica commerciale con un interscambio in forte calo e una flessione, soltanto nell’ultimo quarto dell’anno, del 3,3% dell’export e dell’1,1% dell’import, mentre la spesa governativa fletteva del 5,8% e nonostante investimenti in crescita.
Né il balzo degli incassi dai dazi USA a 287 miliardi di dollari ha cancellato il segnale più paradossale del primo anno di questo secondo mandato del tycoon: un deficit commerciale 2025 da record a 1,23 trilioni di dollari.
Il tutto mentre l’inflazione rimaneva troppo alta, al 2,9% la PCE complessiva e al 2,7% quella sottostante (al netto di cibo fresco ed energia). Uno scenario già ‘difficile’ per chi come Trump vorrebbe un costo del denaro molto più basso e che rischia di diventare impossibile con il balzo dei prezzi dell’energia che proprio la sua guerra all’Iran ha generato.
Se rientro ci sarà, dovrà essere molto veloce, ma guardiamo il mercato.
Iran, oggi però i mercati festeggiano (energetici a parte)
In queste ore il WTI ‘americano’ segna un calo dell’8,31% a 87 dollari al barile, tutto un altro livello dai massimi effimeri del 9 marzo a 103,67 dollari, ma ben oltre i 64,5 dollari della sua media mobile a 200 sedute. Ci vorranno ulteriori passi indietro, e rapidi, se si vuole scongiurare un impatto consistente sull’inflazione.
Il Brent ‘europeo’ che torna indietro anche lui, anche se si riporta sopra il WTI con 94,38 dollari al barile che implicano un calo dell’8,74% sul riferimento. Serviranno prezzi sotto i 70 dollari al massimo per tranquillizzare un po’ di più gli operatori.
Sicuramente in queste ore il maggiore asset degli Stati Uniti, che più che l’esercito è il dollaro, mostra un curioso deprezzamento ulteriore dello 0,73% sull’euro e dello 0,59% sullo yen. I listini europei, come quelli asiatici, sono un tappeto verde di rialzi e acquisti. A Piazza Affari le vendite ci sono, ma sono limitate ai titoli dell’energia e non li colpiscono neanche tutti: Eni (-7,9%), Tenaris (-3,28%), Saipem (-0,43%), Terna (-0,44%).
La frenata più brusca è naturalmente quella di Eni, che aveva persino promesso un dividendo straordinario se il prezzo del greggio si fosse mantenuto su una media superiore ai 90 dollari. Poco male, anche a 22,95 euro, l’azione ha un vantaggio del 36% sui prezzi di fine giugno e comunque la domanda di petrolio e gas continuerà a rafforzarsi nelle prossime settimane. Se poi si pensa ai pericoli di una nuova tassazione degli extra-profitti energetici (che esistono), forse Claudio Descalzi ha persino schivato un pericolo. Senza considerare che un alleggerimento delle quote pubbliche in diverse quotate per far cassa non sarebbe stato da escludere...
Gli acquisti più generosi però sono forse oggi quelli sui titoli di Stato europei che davvero riprogettano i pesi del rischio sovrano nel Vecchio Continente: il rendimento del BTP decennale italiano crolla di ben 21 punti base al 3,72% e lo spread torna a 78 punti base appena. Un ritorno in forze di risorse che premia anche Bund e Oat mentre il Treasury decennale in queste ore segna un calo dei rendimenti di appena 4,8 punti base al 4,25%.
L’Opening Bell sicuramente aggiungerà altro allo scenario. I future per ora mostrano un S&P 500 in rialzo del 2,6% e un Nasdaq 100 in recupero del 3,4%
C’è spazio per un recupero, ma niente sarà comunque esattamente come prima.