Crisi Iran, Piazza Affari comincia un'altra settimana in rosso

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
6 min

Vendite diffuse sulla gran parte dei mercati e delle asset class con l'ultima escalation. Colpiti non solo i mercati azionari, ma anche anche i titoli di Stato e l'oro. Ecco il quadro

Crisi Iran, Piazza Affari comincia un'altra settimana in rosso
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La quarta settimana di guerra in Iran si apre in rosso per i mercati, dopo la nuova escalation del weekend in Medioriente. Il presidente Donald Trump ha annunciato sabato sera (intorno alle 22 italiane) un ultimatum all’Iran: dovranno liberare il traffico dello Stretto di Hormuz entro 48 ore o subire un nuovo devastante attacco alle infrastrutture energetiche.

L’Iran ha risposto in maniera simmetrica annunciando che, se saranno colpite le infrastrutture energetiche, Teheran colpirà le infrastrutture energetiche del Medioriente, lasciando potenzialmente al buio diversi Paesi dell’Area.

Le vendite prevalgono sui listini azionari  

Le prime reazioni dei mercati dopo questo nuovo scambio di minacce sono di diffusa avversione al rischio con vendite che continuano a colpire non soltanto i listini azionari ma anche un altro ampio numero di classi di attivi.

Tokyo perde il 3,68%, Hong Kong il 3,54%. In queste ore sono in profondo rosso i maggiori listini azionari del Vecchio Continente, con il Ftse MIB che perde il 2,4%, il Dax tedesco che cede l’1,84%, l’Euro Stoxx 50 che perde l’1,68%
Il VSTOXX, che traccia la volalitità del paniere dei primi 50 titoli europei balza dell’11,2% a quota 35,33

A distanza di diverse ore dall’avvio delle contrattazioni anche i future sull’azionario USA indicano la probabilità di una Wall Street in profondo calo: il derivato sull’S&P 500 cede l’1,51% e quello sul Nasdaq perde il 2,01%.

Il panorama complessivo dell’azionario globale è quindi decisamente orientato alla vendita.

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Vendite sui titoli di Stato, anche quelli USA

Ma anche altre classi di attivi sono colpiti da vendite diffuse che riducono le possibilità di ‘fuga’ degli investitori dal rischio. I titoli di Stato europei subiscono ancora pesanti vendite e quindi i rendimenti continuano a crescere in maniera consistente denotando una forte richiesta di premio al rischio: il rendimento del BTP italiano si ancora di nuovo sopra la soglia del 4% e si porta al 4,05% con un balzo di 10 punti base. Lo spread sul Bund tedesco si allarga quindi a 99 punti base, nonostante anche il rendimento del decennale tedesco si sia posto stabilmente sopra il 3% portandosi al 3,06% per l’esattezza in queste ore.

Non si salvano in queste ore neanche i titoli del debito statunitense: il rendimento del Treasury a 2 anni cresce di quasi 8 punti base al 3,992% sulla soglia psicologica del 4% mentre il Treasury decennale ha un rendimento che aumenta di quasi 5 punti base al 4,43%. Ci sono vendite insomma anche sui titoli USA.

Anche l’oro continua a ripiegare

La giornata di oggi conferma il trend relativamente anomalo dell’oro in questa fase. Il metallo giallo non dà rifugio in questa crisi e anche stamane l’oro torna a 4.243 dollari l’oncia con un pesante ribasso del 5,76% Negli ultimi 30 giorni il metallo giallo ha perso in dollari più del 13% e le ipotesi sono diverse, dalla forza del dollaro, uno dei pochi beni rifugio in questa nuova crisi del Golfo, alla smobilitazione di posizioni di investimento per andare a coprire le perdite su altri portafogli.

Secondo altri osservatori pesa la crescita dei rendimenti reali che penalizza un asset senza cedole. Né va meglio all’argento che oggi perde il 6,51% per tornare a 63,45 dollari l’oncia e in 30 giorni ha ceduto ai mercati più del 21% del proprio valore.

Petrolio e gas ancora muscolari sui mercati

Di tutt’altro orientamento sono invece le materie prime del momento, gli energetici che pure dovrebbero essere correlati in maniera inversa all’andamento di un dollaro forte, petrolio e gas. La variabile geopolitica qui è tutto e l’interruzione delle rotte dello Stretto di Hormuz con il famoso 20% di gas e petrolio mondiale tengono ancora molto elevate le quotazioni. L’evoluzione più grave della crisi negli ultimi giorni ha catapultato i rischi dalla minaccia alle navi in transito agli attacchi agli impianti energetici. Già giovedì scorso il CEO di QatarEnergy ha denunciato la perdita di esportazioni del 17% del gas naturale liquefatto di uno dei maggiori approvvigionatori mondiali con danni che richiederanno da 3 a 5 anni per la riparazione.
Uno scenario sul quale l’IEA (l’Agenzia internazionale dell’energia) non cessa di lanciare l’allarme.

In queste ore i rialzi del petrolio greggio Brent sono relativamente contenuti un +1,65% ma le quotazioni da 114,05 dollari al barile sono chiaramente insostenibili nel lungo periodo.
Nelle tre settimane o poco più di questa crisi il Brent è balzato del 57% e ha accumulato una distanza di ben 17,6 dollari dal WTI americano che pure è cresciuto del 44% nello stesso periodo e ancora oggi cresce dell’1,52% a 99,73 dollari. Lo spread tra i due blend che fanno riferimento rispettivamente alla più esposta Europa e agli Stati Uniti in partenza era di appena 6 dollari.

Ci sono in mezzo i maggiori rischi per l’Europa sulle forniture, ma forse anche degli interventi del governo USA sui mercati: già una decina di giorni fa il presidente e CEO del CME Terry Duffy aveva avvertito che un intervento del governo USA sul mercato del petrolio per tenere bassi i prezzi rischiava “un disastro biblico”.

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Il dollaro guadagna ancora su euro e yen

Comunque sia il dollaro è uno dei rari vincitori in questo mercato sempre più allarmato rispetto alle altre asset class.
L’euro ha perso il 2,6% sul biglietto verde in tre settimane circa (1,14913) e il dollaro ha anche guadagnato il 2,3% sullo yen: scarti molto elevati per un lasso di tempo così breve.

Il biglietto verde quindi - ma non i titoli di Stato USA - è uno dei pochissimi rifugi in una fase carica di incertezze e con poche vie di fuga davvero, senza il riparo dell’obbligazionario sovrano o dell’oro.

Non ha prestato davvero rifugio neanche il Bitcoin che il 27 febbraio valeva 68.437 dollari e in queste ore passa di mano a 68.401 dollari.
Dopo il crollo dagli oltre 120 mila dollari dello scorso ottobre, difficilmente si festeggia tra gli investitori in cripto. Non sembra esserci riparo neanche lì dalle vendite.