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Lavoro, un segnale positivo dalle ore lavorate

di Giovanni Digiacomopubblicato:

Bilancio in chiaroscuro per l’occupazione italiana in questa fase delicata. Nel lavoro italiano c’è di tutto dai bassi tassi di occupazione, specialmente per donne e giovani, al lavoro intermittente, al lavoro povero, c’è però anche un ripresa che continua

Luci e ombre dal mondo del lavoro. Stamane l’Istat ha inviato un segnale positivo e importante registrando nel primo trimestre del 2022 una crescita delle ore lavorate del 6,7% sul primo trimestre del 2021 e dell’1,5% sul trimestre precedente.

Significa che nei primi tre mesi di quest’anno si sono registrati ben 120 mila occupati in più rispetto alla fine del 2021 (+0,5%), anche se si conferma una crescita guidata essenzialmente dal lavoro a tempo determinato.

Sono infatti nei tre mesi 72 mila in più i contratti a tempo determinato contro i 33 mila in più a tempe indeterminato e i 15 mila indipendenti aggiunti. Cala comunque di 114 mila unità il numero dei disoccupati e sono 905 mila i posti in più in un anno, +4,1%

Nei primi tre mesi di questo difficile anno, compreso dunque anche il primo mese di guerra in Ucraina, il numero di ore lavorate è stato di 10.790.482 con performance alterne tra i vari settori. I servizi la fanno ovviamente da padrone: da soli coprono quasi il 70% delle ore lavorate (oltre 7,48 milioni), seguiti dal 17,4% dell’industria in senso stretto (1,88 mln di ore), quindi da costruzioni (7,59% circa, ma parliamo dell’inverno) e agricoltura (5,55%).

Peraltro sono proprio queste due voci che mostrano le variazioni più estreme con le costruzioni che crescono del 9,8% su un anno fa e l’agricoltura che cede il 3,7% sul primo quarto del 2021 nonostante guadagni in ore lavorate un 2,1% sull’ultimo trimestre del 2021.

Lavoro Italia: chi e come

Qui si arriva alle dolenti note. Sono 22,948 milioni gli occupati italiani che crescono di un bel 4,1% sul dato di un anno fa e sono per oltre 14,86 milioni a tempo indeterminato contro 3,11 milioni a termine e 4,96 milioni di occupati indipendenti. La disoccupazione flette all’8,6%, con un calo annuale dell’1,9% I disoccupati sono 2,14 milioni circa.

Il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni cresce di un sostanzioso 3% al 59,7 per cento. Proprio qui in questa rimonta importante e difficile del lavoro sta però una pesante nota che incupisce il quadro generale: siamo gli ultimi in Europa o giù di lì. Il tasso di occupazione in Italia infatti è storicamente basso rispetto alle potenzialità del Bel Paese e l’elevata percentuale di lavoro nero spiega fino a un certo punto l’anomalia.

Se guardiamo i dati europei che ci assegnano a fine 2021 (ma fra 20 e 64 anni) una percentuale di lavoratori sulla platea potenziale del 62,7% (il tasso di occupazione appunto), vediamo che solo la Grecia fa appena peggio con un 62,6% La media dell’Eurozona è del 72,5%, quella dell’Europa a 27 del 73,1 per cento.

Sono dati da maneggiare con cura, ma il segnale che inviano è inequivocabile: poco lavoro, almeno quello dichiarato, e in tanti in difficoltà, nonostante il lavoro. E c’è poco da incolpare il reddito di cittadinanza o altri sussidi perché eravamo agli ultimi posti anche nel 2009, nel 2010, nel 2011.

Sotto la media UE, tra i maggiori alla fine del 2021 c’era solo la Spagna, che come noto ha un problema enorme con il mondo del lavoro da più di un decennio. Appena sopra la media si trova la Francia, con un 73,2% che però è appunto assai distante dai nostri valori. Anche il Portogallo in crisi da anni fa molto meglio con un 75,9% mentre la Germania registra un tasso di occupazione del 79,6% ai primi posti in Europa.

E lavorano meno soprattutto le donne, che hanno un tasso di occupazione relativo del 53,2%, anch’esso in coda alle classifiche europee appena prima della Grecia. Sappiamo tutti che il supporto alle donne lavoratrici in Italia è uno dei punti deboli del nostro sistema e c’è molto da fare nonostante sia stato un tema assai battuto dallo stesso premier Mario Draghi quando era alla BCE.

C’è però l’altro grande problema dei NEET, ossia i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno tirocini, anche qui l’Italia è in coda alle classifiche UE con un impatto decisivo proprio in un Paese affamato di prospettive.  A fine 2021 siamo ancora fra gli ultimi con le percentuali di NEET maggiori d’Europa tolta qualche piccola eccezione, il 21,2% degli uomini e il 25% delle donne, fra un quinto e un quarto dei nostri giovani insomma.

Ma allora lavoriamo poco? Non è neanche così perché in media in Italia si lavora 37,2 ore a settimana, proprio sulla media europea e appena sotto le 37,5 ore della Spagna a fine 2021. È più della Germania (35,2 ore in media a settimana) e appena di più della Francia (37,1 ore a settima). Riemerge ancora una volta il dubbio sulla produttività non collegata ai lavoratori insomma, anche se da poco è uscito un dato positivo al riguardo.

C’è poi il problema salario e persino un problema sociale del lavoro, perché da tempo si denuncia ormai anche il lavoro povero, ossia il peso sociale di un numero crescente di persone che sono povere pur lavorando. Parliamo di circa 3 milioni di persone, 400 mila in più con la pandemia e soprattutto al Sud (una percentuale del 20% contro il 9% del Centro-Nord e il 13% nazionale secondo dati Svimez riportati da la Repubblica).

Un altro fenomeno che l’Istat sottolinea è infine quello del lavoro a chiamata (intermittente), un modello di lavoro tormentato (prima messo nel 2003 con la Legge Biagi, poi tolto nel 2007, poi reinserito ma modificato e così via). Le posizioni “intermittenti” sono ben 228 mila nei primi trimestri di quest’anno e hanno registrato un aumento dell’86,7% Sono soprattutto nel settore dell’alloggio e della ristorazione (97 mila) quindi in servizi a supporto delle attività professionali e delle imprese e nei servizi sociali e personali. Le retribuzioni in media sono a 10,9 euro per gli intermittenti (30 centesimi in più in 10 anni), con differenze anche marcate tra i settori e 10,2 ore di lavoro settimanale procapite.

Italia: il pianeta lavoro incassa un buon dato ma c’è molto da fare

Gli ultimi dati del lavoro restano molto positivi, parliamo appunto di 905 mila posti in più in un anno, +4,1% e di un tasso di occupazione che cresce, anche se è ancora troppo troppo basso. Cala anche il ricorso alla cassa integrazione, con 12,9 ore ogni mille ore lavorate.
Ma i problemi rimangono tanti. Anche sul fronte dei salari c’è un calo dello 0,1% compensato da un aumento dello 0,1% degli oneri sociali, almeno su base trimestrale, perché su base annuale addirittura c’è un calo di entrambe le componenti -0,2% delle retribuzioni e -0,4% degli oneri sociali. C’è poi quell’1,9% che è il tasso dei posti vacanti in lieve calo (-0,2% trim/trim), ma tra i valori più alti dall’inizio delle misurazioni.

C’è in campo da marzo un piano per il contrasto del lavoro sommerso che si spera possa portare un po’ di coerenza nello sfaccettato monitoraggio dell’occupazione italiana. Sicuramente molte cose non tornano e sicuramente la sfida dell’inflazione alla ripresa rischia di inceppare tutto. La ripresa però, anche nel mondo del lavoro, per ora continua. Nonostante problemi storici, nonostante problemi nuovi, continua. Sappiamo tutti però che bisognerà difenderla.

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