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Uber, scoppia un nuovo caso

di Giovanni Digiacomopubblicato:

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Un’inchiesta internazionale rileva le pressioni lobbistiche della società californiana e fa nomi di peso come Macron, Kroes e altri ancora

Scoppia un nuovo caso Uber. E questa volta chiama in causa le lobby, la politica, le istituzioni. Non è la prima volta che la società di San Francisco finisce nei guai, anzi, ma questa volta non sono questioni di caporalato digitale, scontri con i tassisti, disservizi o problemi di privacy. Questa volta sotto inchiesta sono il lobbismo e le pressioni dei manager.

Diverse le accuse, molte da verificare e circostanziare, ma è un caso che parte da 124 mila documenti confidenziali passati al Guardian e poi condivisi con il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ). Un lavoro collettivo enorme che coinvolge molte testate internazionali fra le quali l’italiana L’Espresso e copre 40 Paesi in un periodo che va dal 2013 al 2017.

Le date sono importanti: proprio nell’agosto 2017 Dara Khosrowshahi, già guida di Expedia per 12 anni, prendeva infatti in mano le redini di Uber per risolvere le questioni montate con il suo fondatore Travis Kalanick. Dal 2013 al 2017 Uber si era sviluppata con aggressività e spregiudicatezza nel mondo, scontrandosi spesso con leggi avverse o impreparate al suo modello di business.

Una marea montante di polemiche e accuse aveva però spinto i maggiori finanziatori del gruppo a chiedere un cambio al vertice dell’azienda. All’arrivo di Khosrowshahi il New York Times l’aveva descritto come “l’addetto alle pulizie più pagato della Silicon Valley”.

Uber files, pressioni sulle istituzioni

L’inchiesta di oggi descrive le pressioni lobbistiche globali di Uber in quegli anni e chiama in causa nomi importanti. Tutti personaggi influenti che la compagnia individuò e contattò per cercare di ottenere supporto alla propria crescita.

A partire da dall’attuale presidente francese Emmanuel Macron, allora ministro dell’Economia. Ci sono poi la ex vicepresidente della Commissione Europa Neelie Kroos e gli incontri con l’attuale presidente Usa Joe Biden, con Benjamin Netanyahu.

In Italia il piano per la conquista del mercato si chiama “Operation Renzi” e secondo quanto riportato dall’Espresso Uber, per avvicinare l’allora premier, si sarebbe servita di lobbisti propri e persino dell’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma John Phillips.

Secondo il Guardian, Macron avrebbe fatto di tutto per ottenere accordi favorevoli per Uber quando era ministro dell’Economia tra il 2014 e il 2016. L’Espresso ricorda in particolare un episodio del 2015, quando la Francia era attraversata da proteste dei tassisti contro le nuove piattaforme e le autorità di Marsiglia decisero di sospendere Uber perché non aveva le licenze richieste.

Marc MacGann, di Uber, avrebbe mandato proprio a Macron una mail per chiedere un intervento e il futuro presidente avrebbe risposto alle 6:54 del mattino del 22 ottobre 2015 per garantire: “Me ne occuperò personalmente”. La sera stessa le autorità di Marsiglia avrebbero modificato il provvedimento e i manager di Uber l’avrebbero considerata una vittoria. In Francia la polemica già divampa.

Al centro dell’attenzione anche Neelie Kroes, già ministro dei trasporti olandese e vicepresidente della Commissione Europea. Cessato l’incarico avrebbe dovuto attendere 18 mesi almeno prima di entrare in qualunque azienda che potesse far sospettare conflitti di interesse, ma già dopo un anno richiedeva la possibilità di una consulenza retribuita per Uber, ottenendo un rifiuto. Secondo gli Uber Files, però, avrebbe fatto pressione in quel periodo sulle istituzioni francesi per contrastare un’indagine sulla sede europea di Uber ad Amsterdam.

Entrata poi in Uber dopo la scadenza dei 18 mesi otteneva uno stipendio di 200 mila dollari. Alle accuse la Kroes ha però risposto affermando di avere rispettato sempre i propri doveri di ex commissario e di avere svolto nel periodo sotto inchiesta soltanto una collaborazione non retribuita con un’organizzazione olandese di supporto alle startup che la faceva interagire con molte realtà pubbliche e private (e con l’autorizzazione della Commissione). Un portavoce della Commissione Europea avrebbe però già confermato un approfondimento di verifica sul caso.

C’è anche un lato italiano del caso e coinvolge l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, che spesso si è espresso in favore di Uber. Uber si sarebbe servita persino dell’ambasciatore Usa John Phillips per approcciarlo, ma Renzi ha detto di non avere mai seguito personalmente queste questioni e ha smentito interlocuzioni su Uber con Phillips o altri lobbisti Usa. Il suo governo non avrebbe comunque approvato alcun provvedimento in favore della società di San Francisco.

Uber, il quadro generale

Dagli Uber files emerge che manager della società californiana avrebbero ottenuto più di 100 incontri tra il 2014 e il 2016 con pubblici ufficiali di ben 17 Paesi e rappresentanti delle istituzioni dell’Unione Europea. L’UE era anzi il primo obiettivo di questa campagna lobbistica con 34 meeting, seguiti soltanto dai 19 incontri ministeriali. Il sospetto è che la società, che proprio in quegli anni subiva diversi attacchi sul fronte dei diritti dei lavoratori e della discriminazione, abbia anche saputo piegare in molti casi le giurisdizioni ai propri voleri.

I messaggi dei top manager confermerebbero la volontà di vincere la concorrenza dei taxi ponendo i vari Stati di fronte al fatto compiuto, di imporre con un operato consapevolmente illegale un nuovo modello, passando anche per le pressioni sui governi e su tutti i soggetti capaci di disciplinare il loro ambito d’azione. Negli Uber files si riporta anche di un programma detto “Kill switch” che avrebbe bloccato i collegamenti con la rete dei computer aziendali impedendo all’occasione alle autorità di acquisire documentazione compromettente.

L’accusa è rivolta proprio al fondatore Travis Kalanick che avrebbe ordinato l’utilizzo del programma durante una perquisizione ad Amsterdam. Il manager nega però di avere mai ordinato questo e i suoi avvocati mettono in dubbio l’autenticità dei documenti e sospettano manovre ai suoi danni.

La nuova bufera su Uber giunge dopo anni di accuse sui rapporti con i lavoratori, negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone, per fare solo alcuni esempi. In Italia lo scorso ottobre 2021 c’è stata una condanna per caporalato digitale che ha coinvolto Uber Eats Italy e alcuni intermediari e ha risarcito alcuni raider e i sindacati. E’ stato accertato che i lavoratori erano pagati circa 3 euro netti a consegna e la sentenza ha aperto la strada al dibattito giuridico sui limiti da imporre alla GIG economy.

Ora si aggiunge un altro pezzo della storia che spiega intanto come la stessa Uber facesse pressione in tutte le direzioni istituzionali. Di certo ci sarà ancora molto da chiarire.

 

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