Asia-Pacific è contrastata. A Tokyo Nikkei 225 perde l'1,06%
pubblicato:Dopo una seduta contrastata per Wall Street (in positivo dei tre principali indici newyorkesi il solo Nasdaq Composite, apprezzatosi per altro di appena lo 0,04% mercoledì), alla riapertura degli scambi anche sui mercati asiatici a prevalere è stata la volatilità. Le permamenti incertezze sul conflitto in Medio Oriente ridanno fiato ai corsi del greggio, con il Brent che va in rally di olte il 5% (secondo dati Lseg citati dalla Cnbc, si muove sui massimi dalla metà del 2022). Riflettori intanto sugli istituti centrali e a rubare la scena è ovviamente la Federal Reserve (Fed). Nell'ultimo meeting del Federal Open Market Committee (Fomc) presieduto da Jerome Powell, la Fed si è rivelata divisa come non succedeva da oltre 30 anni. I voti favorevoli alla conferma dei tassi d'interesse sul range del 3,50% -3,75% sono stati infatti 8 sui 12 totali. L'ultima volta che quattro membri del Fomc erano stati in disaccordo con la maggioranza, ricorda la Cnbc, era stato nell'ottobre 1992. La tendenza altalenante si concretizza intanto in un indice Msci Asia-Pacific, Giappone escluso, che si muove intorno alla parità.
Sul fronte valutario il Bloomberg Dollar Spot Index, paniere che monitora la divisa americana nei confronti delle altre dieci maggiori monete, è in marginale recupero a fronte di un indebolimento superiore allo 0,10% per lo yen sul biglietto verde. A Tokyo il Nikkei 225 perde l'1,06% (fa anche peggio l'indice più ampio Topix, deprezzatosi dell'1,19%). Sul fronte macroeconomico, in marzo la produzione industriale è cresciuta in Giappone del 2,3% annuo, in decisa accelerazione rispetto allo 0,4% della lettura finale di febbraio (0,7% l'incremento di gennaio) e appena sopra al 2,2% del consensus di Reuters. Su base mensile, rettificata stagionalmente, la produzione industriale è tuttavia calata dello 0,5% contro il precedente declino del 2,0% (4,3% il rialzo di gennaio), contro il progresso dell'1,1% stimato dagli economisti.
In aprile l'indice Pmi manifatturiero ufficiale della Cina è calato marginalmente su 50,3 punti dai 50,4 punti di marzo (49,0 punti in febbraio), confermandosi comunque per il secondo mese consecutivo sopra la soglia di 50 punti che separa crescita da contrazione. Il dato si confronta con il declino su 50,1 punti del consensus. L'indice Pmi elaborato da S&P Global in collaborazione con RatingDog è invece salito su 52,2 punti dai 50,8 punti di marzo, contro i 50,9 punti attesi. Contrastate le piazze cinesi. A meno di un'ora dallo stop agli scambi Shanghai Composite e Shenzhen Composite guadagnano circa lo 0,20% entrambi, contro uno Shanghai Shenzhen Csi 300 appena sotto la parità. Male invece Hong Kong: l'Hang Seng è infatti in arretramento di oltre l'1% (e l'andamento è simile per l'Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell'ex colonia britannica per la Corporate China). A Seoul è superiore all'1% la contrazione del Kospi, mentre a Sydney è stato dello 0,24% il ribasso dell'S&P/ASX 200 in chiusura della sessione.
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