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Chip: S&P prevede domanda in calo e normalizzazione

di Giovanni Digiacomopubblicato:

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Il colosso di Taiwan TSMC è però già in stridente vantaggio e crescerà ancora nonostante tutto. Le scorte dei consumatori di microprocessori (leggi Qualcomm, Nvidia o Broadcom) detteranno le regole della partita. Aumenti di produzione e minore domanda attenueranno - secondo S&P - la chip shortage, ma la qualità tecnologica farà ancora la differenza

Fermi tutti, anche il chip rallenta. E stavolta non è solo che la produzione o gli approvvigionamenti non stanno dietro alla domanda esplosiva di un mondo in smartworking e sempre più digitale, ma è proprio la domanda di elettronica che cala. Sarà la recessione che si consolida nei leading indicator o semplicemente un rallentamento dopo anni di boom, ma S&P Global Ratings lo legge già: uno sboom del tech che dovrebbe vedere la spesa in pc e smartphone in calo del 7% e del 5% rispettivamente già quest’anno e quindi di un ancor più corposo -10% e -5% l’anno prossimo.

Certo il 2021 è stato da sbornia, con un +26% dei ricavi globali dei semiconduttori a 595 miliardi di dollari secondo Gartner. Una crescita complessiva del settore che dovrebbe rallentare per S&P al 9% quest’anno e all’8% l’anno prossimo. Un salvagente solo nei server con un +4% l’anno nel biennio dopo il brutto -5% del 2021. Paradossalmente però dovrebbe essere una normalizzazione per certi versi più sana.

Persino i due colossi globali del settore, la taiwanese TSMC e la coreana Samsung dovrebbero registrare qualche spunto positivo: gli analisti dell’agenzia di rating prevedono un ulteriore consolidamento delle loro quote di mercato globali grazie alle forti barriere di ingresso per i prodotti più avanzati. Alla faccia del reshoring verrebbe da dire.
D’altronde impianti da almeno 3-4 miliardi di dollari l’uno non si inventano da un giorno all’altro, né in un giorno si riempiono delle competenze ingegneristiche, elettroniche, chimiche necessarie a renderle competitive.

Chip, è la fab che fa differenza

Per capire che sta succedendo bisogna però cominciare con un po’ di nomenclatura: le fabbriche di microprocessori si chiamo in gergo “fab”, ma è molto diffuso anche il termine “foundry”, letteralmente fonderia. Nel settore dell’elettronica ci sono alcuni grandi player puri della fabbricazione del chip (come TSMC che fa wafer di silicio per tutti, ma anche UMC, Vanguard e GlobalFoundries), altri gruppi senza fabbriche proprie che in genere progettano e danno in appalto (grandi nomi come AMD, Nvidia, Broadcom o Mediatek) e pochi player integrati (Samsung e Intel essenzialmente).

Beh se trasversalmente si guarda alle quote di mercato globali del settore foundry, ossia fabbricazione di chip, da sola la taiwanese TSMC nel 2021 ha coperto il 53% dei ricavi, seguita a distanza da Samsung (18%), da UMC (7%) e da GlobalFoundries (6%). In altre parole più di metà dei ricavi mondiali derivanti dalla realizzazione di semiconduttori è di TSMC e la sua percentuale quest’anno potrebbe salire al 56% rosicchiando un altro po’ da Samsung (attesa in calo al 16%). Oltretutto ancora oggi TSMC è l’avanguardia quasi assoluta del settore, con soluzioni che dalle già avanzate piattaforme a 28 nanometri già hanno sviluppato piattaforme a 5 e 3 nanometri. Il nanometro è un miliardesimo di metro, indica le distanze tra i pezzi di un chip, ovviamente se meno nanometri significano un chip “più denso” di componenti e più potente. A fine anni Ottanta i microprocessori andavano in micrometri, erano un migliaio di volte meno densi di oggi. Beh le tecnologie d’avanguardia sopra i 28 nanometri si stanno diffondendo e sono protagoniste delle nuove fab di tutto il mondo. Molte entreranno in produzione già quest’anno, una marea di chip potrebbe giungere sul mercato, che però potrebbe rispondere con maggiore timidezza che negli ultimi due anni. I grandi consumatori di microprocessori - basti pensare che in una sola auto ci possono essere anche 3 mila chip – sono infatti reduci dalla famosa chip shortage che gli ha fatto gonfiare il più possibile gli stock.

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