Eni, record preventivo dei prezzi in vista della trimestrale
pubblicato:Venerdì arriveranno i dati, cresce la probabilità di un dividendo straordinario e intanto il buyback prosegue. Qualche numero per qualche valutazione preventiva

Eni da record: l’allungo a quota 26,595 euro, con un vantaggio dell'1,76% sul riferimento, ha insediato un nuovo massimo di periodo delle quotazioni del cane a sei zampe. Era dal 2008 che non si vedevano questi prezzi, siamo su livelli storicamente elevati per la compagnia petrolifera.
Non solo petrolio
Sì è vero: tra modello satellitare e differenziazione dell’offerta e del business, tra Plenitude e i biocarburanti, progetti di compensazione delle emissioni di carbonica e declinazioni varie del modello satellitare c’è sempre più green nel business, ma basta sovrapporre i grafici del Brent e dell’azione di Eni per capire che l’idrocarburo è ancora il fondamentale motore del valore della società.
Più scientificamente calcoliamo un beta tra 0,65 e 0,85 negli ultimi 3 o 5 anni. Adesso, in vista della pubblicazione della terza trimestrale del gruppo di venerdì prossimo 23 ottobre, possiamo fare un po’ di sintesi.
Non c’è naturalmente una correlazione 1:1 ed è un dettaglio d’attualità, perché la compagnia è verticalmente integrata lungo la filiera e questo le consente di bilanciare le varie condizioni di mercato e rendersi meno volatile del prezzo puro del greggio. Lo abbiamo visto di recente con la decisione di imporre un tetto al prezzo dei carburanti in Italia.
Va bene: i più maliziosi hanno affermato che con quel regalo ai clienti italiani hanno scongiurato un intervento diretto del governo che si sarebbe potuto rivelare più doloroso per le tasche del gruppo.
Va bene: la concentrazione sui contributi alla prossima manovra nel settore finanziario (dovrebbe essere di 5 miliardi l’impatto) sembra dare ragione alle malizie.
C’è però anche un articolo de Il Messaggero che ipotizza un tetto temporaneo a € 60 per MWh (ci torneremo) per la remunerazione delle centrali a gas, anche se poi sembra che l’idea sia di un risarcimento pubblico della differenza fra quel prezzo e il TTF olandese di riferimento da finanziare con gli oneri di sistema, quindi ancora con le bollette di famiglie e imprese. E’ su questa ipotesi che il governo ha ottenuto il via libera dell’Unione Europea che ha anche imposto il vincolo di riversare sui consumatori il costo della misura per evitare un aiuto di Stato (Decreto Bollette).
Va bene: c’è della logica anche nel fatto che lo Stato è grande azionista delle compagnie energetiche italiane (a partire da Eni dove CDP ha il 30,92%), quindi beneficiario dei dividendi da loro distribuiti, mentre nelle banche, a parte una piccola quota in MPS, non si registrano grandi interessenze.
Ci sarebbe anche da rilevare che i grandi operatori integrati dell’idrocarburi, ossia i big che hanno anche la raffinazione e la distribuzione oltre al l’estrazione dei barili di greggio, possono permettersi con questa struttura dei prezzi che i competitor non verticalmente integrati non possono affrontare, quindi sfruttano in questo contesto un vantaggio competitivo e industriale che per gli svantaggiati è ingiusto.
I tetti ai prezzi di gasolio e bollette
Quando lo scorso 25 settembre Eni ha annunciato per 30 giorni un tetto a 2,19 €/l per il gasolio e a 1,99 €/l per la benzina (circa 17 centesimi in meno dei prezzi del momento) diversi concorrenti protestarono.
Il 28 ottobre si avvicina e sul Golfo non si vedono grandi passi avanti, ma in compenso i lavori per la manovra finanziaria 2025 non comprendo alle viste contribuiti dai gruppi energetici, anche se Eni ha dovuto pochi giorni dopo annunciare uno sconto del 30% sui corrispettivi base dell’offerta luce/gas della controllata Plenitude questa volta per due anni: si passa in dettaglio da 19,75 centesimi a 13,51 centesimi per kWh e a 56,55 centesimi per metro cubo di gas contro i precedenti 82,65 centesimi (entrambi senza costi di commercializzazione e vendita da 144 euro l’anno, ma anche senza fasce orarie).
È difficile dunque in questa fase complicata dai rincari energetici che minacciano i bilanci familiari distinguere tra marketing e contributo, tra concorrenza e governance.
D’altronde un gruppo come Eni non solo integra la filiera dell’idrocarburo (dalla perforazione alla pompa di benzina, passando per la chimica), ma anche l’offerta al cliente finale che, come per la concorrenza, ormai approda a mercati un tempo distanti come la fibra ottica (telecomunicazioni) e le assicurazioni.
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Extra-dividendo? Le condizioni
Anche la partecipazione statale non è un dettaglio da poco: Eni ha promesso un extra dividendo se il petrolio Brent raggiungerà quest’anno una media di 90 dollari. Proprio sul dividendo conviene portare la lente di ingrandimento, perché è sempre più diventato una componente fondamentale della proposta di valore del cane a sei zampe.
Eni è uno dei pochi titoli italiani che paga un dividendo trimestrale: è passato lo scorso maggio da € 0,26 a € 0,27 in occasione della quarta rata del dividendo a valere sui risultati del 2025. Lo scorso 21 settembre il titolo ha staccato la prima cedola da 27 centesimi dell’esercizio 2026 e ne staccherà un’altra da 27 centesimi il prossimo 25 novembre. Nel marzo 2027 però la cedola salirà a 28 centesimi e si manterrà almeno su quel livello anche nel maggio 2027.
Si arriva così al monte di 1,10 euro per azione del dividendo a valere sul 2026, pari a circa il 4,16% dei corsi (in rialzo) di oggi: praticamente un BTP Valore[GD1] con una tassazione della cedola al 26%, ma anche con un profilo di rischio affatto diverso che ha consentito un più che raddoppio del titolo in un anno e mezzo. Senza considerare il buyback.
Ai prezzi di oggi Eni capitalizza circa 83,1 miliardi di euro, il buyback 2026 (riacquisto di titoli propri) è stato aumentato del 20% a 3,4 miliardi di euro e al 9 ottobre scorso era stato completato per circa 1,85 miliardi, lasciando all’orizzonte altri 1,54 miliardi di riacquisti pari a circa l’1,86% della capitalizzazione odierna. Non poco insomma.
La vera complicazione, legittima sia ben chiaro, deriva dal calcolo dell’eventuale dividendo straordinario. E’ un calcolo relativamente complesso, ma solidamente ancorato sulla base contabile del bilancio di Eni, ossia sui suoi flussi di cassa. In pratica ci sono tre leve principali, tre variabili potremmo dire che potrebbero decretare il pagamento di dividendi ulteriori
1) il prezzo del Brent: per ogni dollaro in più della media annuale (si saprà venerdì con una proiezione sul quarto trimestre) oltre la quota dei 90 dollari del Brent – e ci siamo molto vicini – Eni stima 110 milioni di euro di CFFO before WC in più (cash flow operativo prima delle variazione del capitale circolante netto). Bene per ogni dollaro sopra la media dei 90 dollari di Brent, il 100% di cassa in più va a dividendo.
2) Il margine di raffinazione (SERM - Standard Eni Refining Margin): è sostanzialmente la differenza tra acquisto del greggio e vendita dei raffinati, per ogni incremento del 50% dello scenario – e siamo già verso i 14 dollari contro i 6 dollari dello scenario iniziale, quindi ben oltre la soglia – Eni ipotizza un CFFO before WC incrementale di 900 milioni di euro. Anche questo “di più” potrebbe andare agli azionisti.
3) Il prezzo del gas: il famigerato TTF olandese nello scenario base di Eni era di 50 €/MWh, siamo oggi a 90 €/MWh, ben oltre il 75 euro del trigger, ma anche in questo caso bisognerà fare i calcoli con le medie
Eni, i multipli e le stime per il trimestre
Ai prezzi di oggi siamo su un prezzo/utili trailing (ossia degli ultimi 12 mesi) di circa 21,57 e il forward è a soli 9,96x con un P/B di appena 1,68x. Nonostante il rally non sono prezzi fuori controllo e anzi suggeriscono una certa attenzione per quello che a breve la società guidata dall’ad Claudio Descalzi comunicherà al mercato.
Cosa si aspetta il mercato?
Un eps di 0,82 euro e ricavi da 26,516 miliardi di euro sono il consensus raccolto da Refinitiv. Sicuramente però head e bottom line del conto economico non saranno, però, le uniche cose che gli investitori guarderanno.