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Fondi pensione: ecco come funzionano e quali sono i migliori

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
5 min

Breve incursione in un labirinto 224,4 miliardi di euro. I fondi sono tanti e diversi tra loro. I garantiti non battono la rivalutazione del TFR, servirebbe più azionario forse, di certo gli stranieri dominano nella gestione e anche su questo fronte una medicina sicura sarebbe l'educazione finanziaria

Fondi pensione: ecco come funzionano e quali sono i migliori

Sono ben 9,6 milioni gli iscritti (+3,7%) alle forme pensionistiche complementari monitorate dalla Covip alla fine del 2023. Una marcia lenta e inesorabile che coinvolge ormai in questo caso il 36,9 delle forze lavoro italiane.

I fondi di categoria la fanno da padrone

Se poi si prendono anche i fondi negoziali bisogna aggiungere altri 3,9 milioni di iscritti (+5,4%), sono tutti quei fondi pensionistici complementari cui ci si iscrive nel caso di contratti collettivi nazionali, settoriali o aziendali, dal fondo Prevedi per l’edilizia al fondo Fon.te per commercio, turismo e servizi, dal fondo Cometa per i metalmeccanici al Fonchim per chimica e farmaceutica. Sono insomma i famosi fondi di categoria.

Fondi aperti e Pip, l'alternativa di chi non si accontenta dell'INPS non sempre rende

Si devono contare poi gli altri 1,6 milioni di iscritti a fondi aperti (+5,9%) e i 3,9 milioni di PIP (+1,7%). I fondi aperti sono, come dice il nome, aperti potenzialmente a tutti e istituiti da banche, SGR, imprese d’investimento e imprese di assicurazione. Esempi quasi a caso potrebbero essere il fondo pensione aperto Previdsystem di Intesa Sanpaolo Vita che nella versione accumulazione bilanciata ha reso il 3,3% l’anno negli ultimi 20 anni (dal 2004 al 2023) oppure il fondo pensione aperto Unipolsai Previdenza che nella versione dinamica azionaria internazionale ha reso il 3,89% l’anno in media nell’ultimo ventennio.

Le performance dei maggiori fondi negoziali sono consultabili nel sito della Covip.

Chiaramente non tutti i fondi vantano una storia ventennale, né tutti raggiungono queste performance brillanti. Benjamin Graham inviterebbe a guardare le performance storiche con attenzione, ma raccomanderebbe comunque prudenza perché come scritto su ogni prospetto, non è detto che vengano ripetute. Difficile obiettare qualcosa. D'altronde tra ESG, gestioni attive, piani di accumulo (PAC) e di investimento (PIC), risparmio assicurativo e così via, sono molte le novità che meritano un po' d'attenzione da parte di chi ha cura del proprio denaro.

I Piani Individuali Pensionistici, in sigla PIP, sono una forma ancora più individualizzata, in pratica un patrimonio separato istituito da una compagnia assicurativa con caratteristiche ancora più specifiche. Contratti di assicurazione ramo I o ramo III, ma senza prodotti index linked.

Per questa voce come per le altre il sito della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, la citata Covip, rimane una fonte preziosa di chiarimenti e indicazioni.

Sicuramente anche il sito di Itinerari Previdenziali è un utile riferimento carico di informazioni preziose. Così come il sito governativo "Quello che conta" che fornisce ampi stralci di educazione finanziaria per tutti.

Il sito specifico di ogni fondo di categoria è naturalmente insostituibile per chi voglia magari controllare la situazione del proprio fondo negoziale o modificare la propria posizione, ma siti specialistici trasversali come quelli indicati possono fornire le chiavi di accesso alla terminologia non sempre semplice di questo settore.

Fondi pensione: sono bene 302 quelli controllati dalla Covip, ben 224,4 miliardi in gestione

Alla fine del 2023 la Covip, l’organo che controlla i fondi pensione in Italia contava 302 forme pensionistiche: 33 fondi negoziali, 40 fondi aperti, 68 piani individuali pensionistici (PIP) e 161 fondi preesistenti.

Quasi un ginepraio, ma carico di valore e di responsabilità: circa 224,4 miliardi di euro sono le risorse accumulate presso le forme complementari secondo Covip (+9,1% grazie ai risultati degli investimenti dell’anno scorso e ad altri saldi). Una montagna di denaro appunto il 10,8% del Pil e il 4% della finanza delle famiglie italiane (dati Covip).

Circa il 30,2% è nei fondi negoziali, il 14,5% nei fondi aperti, il 25,3% nei PIP e il rimanente 30% nei fondi preesistenti, cioè quelli che già esistevano prima del 1992 quando il sistema venne riformato. Sono in genere fondi specifici di banche e assicurazioni per dipendenti e quadri, ma non solo.

Fondi pensione, una torta che fa gola a molti, ma per ora gli stranieri dominano

Chiaramente è una torta che fa un po’ gola a tutti e sono infatti numerosi i soggetti come asset manager e assicurazioni che gestiscono questa pletora di fondi con una concorrenza più spiccata per la competizione sui fronti dei negoziali e dei fondi preesistenti dove sono obbligatorie le gare per l’assegnazione dei contratti di gestione.

Non sempre poi con risultati eccellenti visto che le linee garantite per tutte le forme pensionistiche l’anno scorso non sono riuscite a raggiungere la rivalutazione del TFR pari al 2,4% medio annuo. Risultato invece battuto dai fondi con maggiore componente azionaria (4-5,5% medio annuo).
Certo veniamo da un paio d’anni eccezionali sul fronte dell’inflazione e dei rendimenti azionari, ma se la stessa Covip nell’ultima relazione pone in dubbio l’efficacia della scelta nel 2005 di conferire il TFR dei “lavoratori silenti” in una linea assistita da una garanzia comparabile al tasso di rivalutazione del TFR (la cosiddetta “linea di default”), Houston abbiamo un problema.

Lo scenario è comunque in rapida evoluzione e anche le attività di asset management e di assicurazione sono tra i driver dei processi di interlocuzione per possibili merger e/o partnership nel mondo bancario, come visto di recente. Alcuni dei nomi dei protagonisti sono già stati fatti da Intesa Sanpaolo Vita a Mediolanum Gestione Fondi, dal tandem Unicredit-Allianz Vita a Vera Vita (Banco BPM) ad Arca (Bper), ad Axa per MPS, Azimut, ad Amundi e ovviamente Generali e il gruppo Unipol/Unipolsai.

Dati recenti del Mefop indicano che più del 60% del 60% del patrimonio dei fondi aperti è in mano a gestori esteri per vari motivi.

Forse il futuro previdenziale italiano un domani non parlerà l’italiano.