Ondata di vendite sull’AI, le maggiori novità vengono dall’Asia ma riguardano anche gli Stati Uniti
pubblicato:Tan (Broadcom), il capitale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sarà la sfida maggiore, ma il settore sembra già un casinò. Intanto la cinese CXMT fa progressi sulle memorie e spaventa la concorrenza

Di certo c’è una pioggia di vendite sui titoli globali dell’intelligenza artificiale che si sta intensificando e che dagli Stati Uniti si è diffusa ai listini asiatici e contagia oggi i mercati europei con un impatto non trascurabile anche sui listini generali.
AI, due ordini di motivi per le vendite
Ci sono però almeno due ordini di spiegazioni che possono giustificare questa prevalenza del sentiment negativo sul comparto:
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Il ritorno dei dubbi sulla sostenibilità degli investimenti nel settore che sarebbe giustificato anche dal balzo recente dei rendimenti e che trova una manifestazione forte nei dubbi espressi a Singapore dal presidente e CEO di Broadcom Hock Tan, un veterano dell’industria
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Il montare della concorrenza cinese che trova supporto in almeno due notizie: l’annuncio dei successi industriali di CXMT (ChangXin Memory Technologies) che potrebbe sfidare entro la fine dell’anno con nuove DRAM il predominio della triade Sk Hynix-Samsung Electronics-Micron nell’ambito delle memorie per l’AI e la notizia che gli acceleratori AI di Nvidia in Cina sono calati del 44% nel primo semestre secondo un report di IDC, ma la domanda di tutti i semiconduttori per l’intelligenza artificiale nella Repubblica Popolare rimane molto solida e speso viene coperta dai produttori locali (Huawei e poi i processori avanzati di Alibaba, Cambricon, Baidu, Kunluxin e Hygon). Nvidia avrebbe ancora una quota di mercato del 34% ma su molteplici settori sarebbe sotto assedio, anche per via delle restrizioni USA
Il quadro è insomma molto complicato, sicuramente nelle ultime 24 ore il pessimismo prevale, anche se va ricordato che il calo di ieri dello 0,71% del Nasdaq 100 a 30.664 punti segue l’aggiornamento dei massimi storici appena qualche giorno fa a 31.361 punti. Finora tutti i ripiegamenti delle ultime settimane dell’indice tecnologico si sono rivelati occasioni di acquisto come visto dal recupero dei minimi di fine luglio.
Ieri comunque anche l’indice SOX dei semiconduttori di Philadelphia, un riferimento nello specifico ambito dei chip, ha segnato un calo del 2,67% e nel suo caso i prezzi trattano quasi il 17% sotto i massimi dello scorso giugno e la rimonta dai minimi di fine luglio non ha saputo ricoprire tutto il terreno perduto come avvenuto invece per il Nasdaq 100. Proprio i titoli del silicio a Wall Street hanno perso più terreno degli altri: segnaliamo Sandisk (-5,97%), Arm (-4,15%), Micron (-3,88%) e Intel (-3,2%).
Tan (Broadcom), il capitale sarà la prossima sfida, ma bisogna comprendere su cosa si investe
Vengono però dall’Asia alcune delle notizie più importanti per i chip e sembrano oggi scavalcare gli spunti sui nuovi modelli Muse di Meta o l’accordo da 1,3 miliardi per l’acquisizione della cybersecurity di Elisity da parte di IonQ. A Singapore l’amministratore delegato di Broadcom (-1,81%) Hock Tan ha rispolverato alcuni dei maggiori timori dell’industria in una fase in cui la crescita generale dei rendimenti rischia di rendere più costosi i giganteschi capex dell’industria e di penalizzare le ambizioni dei player dell’AI.
Il manager ha affermato che il capitale sarà il maggiore vincolo del prossimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, a quanto pare l’industria dei chip sta superando le carenze di wafer e di memorie, ma ora dovranno affrontare le sfide sull’approvvigionamento dei capitali.
Al tempo stesso il manager ha sottolineato che un sacco di investitori non ha idea di dove riponga esattamente le proprie risorse e nutra attese davvero estreme, creando un clima simile a quello di un casinò. Parole non nuove, ma straordinariamente adatte all’anticamera di un bolla.
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C'è un rischio sistemico derivante dall'AI?
Solo pochi giorni fa qualche segnale negativo sul settore era giunto dalla revisione delle stime sui ricavi 2026 di OpenAI a 50 miliardi di dollari e se poche settimane fa Softbank è riuscita a collocare i suoi bond high yield su più tranche raccogliendo ben 11,1 miliardi di dollari pochi giorni fa l’analista di Deutsche Bank George Saravelos ha fatto una dichiarazione preoccupante:
“Il più grande rischio sistemico nel mercato l’anno prossimo non è la Francia ma che ‘qualcosa vada storto” nell’ecosistema dell’AI: un evento nell’ambito della sicurezza, il fallimento di un’IPO e o ricavi deludenti”.
L’analista a capo della divisione foreign-exchange cita anche un report prezioso di Brooking che proietta cifre preoccupanti nel medio termine, fra queste la necessità dell’industria dell’AI di raggiungere entro il 2032 ricavi annuali da circa 3,725 trilioni entro il 2032 (il 9,2% del Pil Usa ipotizzato a quella data) se di vogliono ripagare i 182,7 GW di capacità in data center già oggi programmati (costo iniziale circa 8,54 trilioni di dollari). Il report tiene naturalmente conto dei maxi investimenti degli hyperscaler, ossia degli oltre 800 miliardi di dollari previsti in capex dai big Oracle, Microsoft, Amazon, Meta e Alphabet. Insomma le metriche sembrano un po’ fuori controllo se molti big contano i ricavi in decine di miliardi e chiedono valutazioni da migliaia, se già quest’anno i capex, gli investimenti in conto capitale in chip e data center, hanno superato i flussi di cassa operativi dei big 5 di cui sopra.
Anche il Fondo Monetario Internazionale oggi nel Global Financial Stability Report inserisce l'intelligenza artificiale tra i maggiori i rischi globali per possibili eccessi nelle valutazioni (e quindi pericoli di rapide e dolorose correzioni) o nell'indebitamento dei maggiori attori, mentre un capitolo a parte dei rischi deriva dalle minacce cyber che però riconducono ancora alle nuova capacità dell'AI.
Cina, intanto CXMT fa progressi e spaventa i big delle memorie
Lo scenario è volatile e come visto spesso mette a confronto anche modelli di sviluppo alternativo. Molte novità vengono ancora dall’ASIA, anche oggi. Fra le notizie che hanno fatto ripiegare ieri Micron e oggi SK Hynix (-10,09%) e Samsung Electronics (-7,39%) c’è anche quella dei nuovi risultati nel campo delle memorie DRAM conseguiti dalla cinese CXMT (ChangXin Memory Technologies) che ha annunciato un balzo del 50% della densità delle proprie memorie con la quinta generazione in arrivo sul mercato entro la fine dell’anno.
Il timore che possa rapidamente competere con i big three delle memorie e alleviare quella scarsità di prodotto che da mesi gonfia le valutazioni delle memorie ha sicuramente contribuito a una scossa dei prezzi. Anche l’analista di LS Securities Kim Yun-jeong ha specificato in una nota citata da Dow Jones che i successi di CXMT hanno influito sui prezzi.
In queste ore anche nei mercati in parte periferici dell’Europa il pessimismo prevale: Infineon cede l’1,84%, ASML Holding perde l’1,68%, STMicroelectronics segna un ribasso del 2,39% e sono in rosso anche BE Semiconductor (-1,85%) e la francese Soitec (-2,59%).
Le questioni che restano sul tavolo sono numerose e come sempre più spesso accade la Cina e l’Asia più in generale dimostrano la capacità di maturare novità in grado di ridisegnare lo scenario globale dell’AI, dai nuovi modelli open source di DeepSeek e altri, alle produzioni dell’hardware necessario per l’AI per ambiti finora rimasti relativamente protetti dalla concorrenza cinese.
Il Financial Times ha riportato che, nonostante i dati in calo su altri fronti di quest’anno, i gruppi tecnologici della Repubblica Popolare hanno comprato un milione di microprocessori per gaming da Nvidia quest’anno, compresi modelli come RTX Pro 6000D o RTX Pro 5000 che sono anche più lenti dell’Ascend 910C di Huawei.
Secondo il quotidiano britannico, l’approvvigionamento di industrie cinesi al mercato locale, compreso quello che proviene dall’estero, potrebbe raggiungere i 3,5 milioni di chip a fronte di una domanda che potrebbe superare ampiamente i 5 milioni. L’accelerazione dei capex di Alibaba, ByteDance e Tencent potrebbe raggiungere i 104 miliardi di dollari.
Insomma probabilmente la domanda da porsi non è se la Cina saprà competere, ma quando.
A questa domanda se ne aggiunge un’altra già ben presente nelle imprese USA e nei maggiori mercati: le produzioni cinesi a costo minore e qualità crescente renderanno più sostenibile l’impiego concreto dell’AI ai vari livelli dell’economia?
E se così fosse i piani faraonici di investimento degli hyperscaler USA riuscirebbero a sopravvivere?