Fact checking Trump, dalla Nato senza USA al petrolio russo

di Giovanni Digiacomo pubblicato:
12 min

L'economia Usa come sta davvero? I dazi? La Corte Suprema? Quanto pesano gli Stati Uniti nella Nato? E il petrolio e il gas russi nelle importazioni europee? Un po' di cifre per fare chiarezza in vista del braccio di ferro sulla Groenlandia

Fact checking Trump, dalla Nato senza USA al petrolio russo
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Gli Stati Uniti vivono una fase storica molto difficile e si confrontano da tempo non soltanto con la formidabile ascesa della Repubblica Popolare cinese e non solo, ma anche con la sconvolgente presa di coscienza del declino del proprio modello: dopo guerre più o meno giustificate con afflato democratico capitalistico all’inizio di questo millennio, hanno dovuto accettare il fatto che non tutti i Paesi del mondo ne riconoscono e ammirano il modello culturale, religioso o economico.

Il successo di Trump viene da questo ripiegamento dopo le guerre senza molto successo in Medioriente, con perdite di uomini e di risorse e successi strategici discutibili se non irrisori che più che consolidarne la ‘leadership morale’, ne hanno spesso minato la credibilità (da Abu Ghraib alla finta pistola fumante dell’Iraq).

Il nuovo isolazionismo non viene soltanto dalla necessità di ritrovare la ragioni storiche della propria identità, magari tornando alla lezione ottocentesca di George Washington (le massime relazioni economiche, le minime relazioni politiche con il mondo), ma anche dalla necessità di una cura più attenta della politica interna premuta da istanze improcrastinabili, dalla crescita delle disuguaglianze, alle pressioni migratorie, all’esplosione del debito pubblico, fino al caro-vita del dopo pandemia, alla distruzione del ceto medio, alla contrazione di lungo periodo della manifattura domestica.

Il disimpegno nello scacchiere internazionale, tutt’altro che facile, a vantaggio di una rinnovata attenzione agli States è istanza ormai di lungo periodo, risale almeno a Barack Obama, con la rivoluzione dello shale oil che ha trasformato gli Stati Uniti in un esportatore di energia, e già il presidente Joe Biden ha provato a suon di investimenti pubblici a riportare l’industria più strategica di tutte, la filiera del chip e delle infrastrutture AI, in Patria (attualmente è in gran parte a Taiwan e nel Sudest asiatico), ma con successi molto limitati, fino al rischio del fallimento di Intel alle prese con delle fonderie costose e poco redditizie, e soprattutto con costi insostenibili.

USA, l'economia sotto la pressione del debito, l'oro dei dazi e la Corte Suprema

Come per molte economie occidentali le spese del Covid hanno avuto un impatto nefasto sulle finanze pubbliche, il rapporto debito/Pil USA era al 62% circa prima della grande crisi di Lehman Brothers e volò dopo in un lustro fino a stabilizzarsi intorno al 100%, con il Covid è arrivato un altro strattone che lo tiene sui livelli attuali del 120% circa (dati della Fed dui St. Louis). Qui conviene iniziare a fare un po’ di cifre: il debito pubblico degli Stati Uniti è di 37,64 trilioni di dollari alla fine del 2025, era a meno di 29 trilioni nel 2019, prima del Covid (dati del Tesoro USA).

Il Pil degli Stati Uniti, vera ancora di salvezza con crescite fra il 3 e il 4% negli ultimi trimestri e anni e un forte recupero dopo il rosso del primo quarto del 2025 dovuto agli shock dei dazi, è cresciuto del 4,3% nel terzo trimestre del 2025, quindi va molto bene.

In valore assoluto alla fine del 2025 (i dati devono essere ancora consolidati) il PIL Usa dovrebbe attestarsi tra i 30,5 e i 30,6 trilioni di dollari.

Scivoloso è il rapporto deficit/Pil, cioè il rapporto tra le spese o i guadagni dello Stato e il Prodotto Interno Lordo (che solo in minima parte rientra in tasse) che dopo le doppie cifre post-Covid si è gradualmente compresso al 6% circa, una cifra comunque elevata e il Congressional Budget Office, un think thank bipartisan molto seguito e mai troppo generoso con Trump, stima che il Pil USA quest’anno cresca dell’1,9% appena quindi resti poco sotto i 30 trilioni di dollari deficit.
Allo stesso modo calcola che il deficit/Pil 2025 gli 1,9 trilioni di dollari sia quindi intorno al 6,3% del PIL USA dopo spese pubbliche federali per 7 trilioni di dollari (il 23,3% del Pil) e il proventi da 5,2 trilioni di dollari (17,1% del Pil).

La questione è politica perché i dazi hanno rimpolpato non poco il bilancio pubblico Usa con ben 287 miliardi di dollari raccolti da dazi, tasse e commissioni in crescita dal 192% rispetto al 2024 secondo la Fed di Richmond che si basa sulle cifre dell’US Department of Homeland Security.

Quasi un terzo di queste risorse è stato raccolto nel solo quarto trimestre del 2025, un periodo per altri versi molto colpito economicamente dal più lungo shutdown della storia Usa.

Significa che in tre mesi sono stati raccolti quasi 100 miliardi di dollari e quindi in un anno l’apporto al bilancio federale potrebbe crescere a 400 miliardi di dollari, una montagna di soldi pari a circa l’1,3% del Pil.

Il condizionale è d’obbligo perché – come noto – da giorni si attende il responso della Corte Suprema Usa, che, nonostante una smaccata maggioranza repubblicana tra i giudici, sembra orientata a bocciare le decisioni della Casa Bianca che potrebbe avere imposto dei dazi senza averne il diritto (che spetterebbe al Congresso) e potrebbe di conseguenza dover restituire il mal tolto con un terremoto per le casse pubbliche e non solo.

Sarebbe una ‘gran confusione’ ha messo in guardia Trump (parafrasiamo per riserbo sul suo lessico non sempre garbato) appena una settimana fa. Tecnicamente c’è una maggioranza di 6 a 3 per i repubblicani alla corte, nel mirino c’è il riferimento all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977 che la Casa Bianca ha impiegando citando l’evergreen emergenza nazionale.
Dall’altro lato ci sono ben 12 Stati - Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico, New York, Oregon e Vermont – e tante piccole imprese che sostengono l’incostituzionalità di queste azioni della Casa Bianca. La partita non è scontata.

USA: la Groenlandia, la Nato e l'Europa con qualche numero

Altro tema caldo. Le truppe, la Nato, la Groenlandia. Trump sta forzando gli assetti della più importante organizzazione militare del mondo affermando che senza gli Stati Uniti non sarebbe forte abbastanza da costituire una utile deterrenza nei confronti di eventuali attacchi della Russia e della Cina.
Il corollario è che la Groenlandia serve agli Stati Uniti per difendersi e costruire il proprio Golden Dome, il sistema anti-missilistico che dovrebbe contrastare eventuali attacchi supersonici dal Nord.
Cosa c’è di vero?

Come arci-noto dal 1951 c’è un trattato tra Stati Uniti e Danimarca che concede a Washington la libera disposizione, costruzione, gestione di basi militari in Groenlandia, in passato c’erano migliaia di uomini poi ritirati per via sostanzialmente dei costi (ci fu anche un disastro ambientale con un areo USA con quattro bombe H che contaminò tonnellate di ghiaccio).

Il ghiaccio c’è ancora ed è proibitivo per le basi militari (circa di 100 uomini il personale USA attuale) e per le estrazioni minerarie (la Groenlandia è ricca di terre rare, diamanti, idrocarburi e altro, ma di difficile estrazione, peggio che le rare earths ucraine, inoltre lo scioglimento dei suoi ghiacci sarebbe un 'tipping point', un punto di non ritorno per il cambiamento climatico globale).

L’apertura della rotta di Nord-Est che farebbe risparmiare 3.000 miglia nautiche alle portacontainer cinesi è ancora lontana e costosa, non si vedono sottomarini o navi rompighiaccio russe o cinesi hanno rivendicato più volte i danesi.

Ma in punta di diritto gli Stati Uniti potrebbero comunque costruire tutte le basi che volessero per difendersi, gli è stato detto più volte. La sovranità sull’isola è un’altra cosa, ancora ieri la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha affermato che non è negoziabile.

Ma senza gli Stati Uniti la Nato resterebbe ancora in piedi? L’Ucraina, senza l’aiuto Usa potrebbe ancora difendersi dalla Russia? L’approccio mercantilista dell’inquilino della Casa Bianca porta a questi interrogativi.

Partiamo dagli uomini. Incrociando dati di Statista e di United24 (sito ucraino molto aggiornato) ad altre fonti possiamo stimare in circa 2 milioni di effettivi la Repubblica Popolare, seguita da 1,5 milioni di soldati circa della Russia e da 1,2 milioni circa degli Stati Uniti. L’Ucraina da sola ha circa 880 mila effettivi. La Turchia, Paese Nato, circa 355 mila, la Polonia ha circa 200 mila uomini come la Francia, Germania e Regno Unito circa 180 mila, l'Italia fino a 165 mila circa, la Grecia fino a 142 mila e la Spagna circa 133 mila. Complessivamente l’Europa potrebbe contare su circa 1,5 milioni di militari (potenzialmente, ma sono dati potenziali per tutti), quindi una cifra anche superiore a quella USA e da concentrare su scenari più ridotti.

Ovviamente gli uomini contano fino a un certo punto, soprattutto in questa epoca di droni e satelliti in cui le connessioni di Starlink possono fare la differenza, in cui i missili supersonici (in questo campo la Russia è leader globale) ridisegnano gli schieramenti e in cui l’AI scende in campo con robot e sistemi di guerra ibrida che si estendono alle trasmissioni e alla cybersecurity.
Gli Stati Uniti sono una componente essenziale della difesa europea con circa 80 mila uomini dispiegati sul nostro territorio. Sostituirli non sarebbe facile, probabilmente ci vorrebbe un ritorno ad alcune coscrizioni obbligatorie. Il Kiel report ipotizza inoltre che la deterrenza contro un eventuale assalto militare russo nell'area baltica richiederebbe qualcosa come 1.400 carri, 2.000 veicoli combattenti per la fanteria (IFV, 'carri leggeri'), 700 pezzi d'artiglieria e almeno un milione di proiettili da 155 mm, complessivamente più delle intere scorte di Francia, Germania, Italia e Regno Unito messe assieme.

Lo scenario di anni necessari per rendere indipendente la difesa europea resta quindi quello di base, ma l’accelerazione in questo senso è sostanziale.

Il Kiel Report dello scorso giugno realizzato da Bruegel con il Kiel Institute ha calcolato tra il gennaio 2020 e l’aprile 2025 nuovi ordini militari tedeschi per ben 170,5 miliardi di euro.
L’Europa ha attivato una sistema di finanziamento integrato, il SAFE, che arriva a 150 miliardi di euro e stringe i tempi per chi vuole servirsene.
Una parte importante delle risorse è destinata all’Ucraina e va sottolineato che già da tempo l’Europa è il maggior sostenitore militare di Kiev, anche rispetto agli Stati Uniti, anche se il supporto di questi ultimi rimane essenziale.

Dati accurati dello stesso Kiel Institute hanno stimato in 201,7 miliardi di dollari la spesa europea per l’Ucraina tra il gennaio 2022 e l’agosto 2025 e in 130,6 miliardi di dollari la spesa degli Stati Uniti (nonostante i reclami di Trump che indica cifre ben superiori).

C’è stata una recente riduzione a fine 2025, ma il quadro è questo. Certo le portaerei e i sommergibili lanciamissili statunitensi, le loro reti satellitari e le forze speciali sono un’eccellenza globale neanche sfiorata dagli europei che stanno solo muovendo i primi passi sul fronte caldissimo dei satelliti a bassa quota.
Ma l’accelerazione è stata imponente e non si parte da zero come qualche volta Trump suggerisce, l’Europa ha da dire la sue anche in aree strategiche come i sistemi terra-aria (Samp-T vs. Patriot) così come sui cacciabombardieri (eurofighter vs. F 16).

Gli Stati Uniti, l'Europa e la Russia, i numeri e gli equilibri del fossile

E andrebbe anche considerato l’enorme costo economico del disaccoppiamento europeo. La Commissione UE ha calcolato che a inizio 2021 l’Europa importava il 48% del proprio gas naturale dalla Russia, nel terzo trimestre del 2025 siamo al 15% appena (e per Paese ‘costretti’ morfologicamente come l’Ungheria).
Nel 2021 il petrolio russo copriva il 29% del nostro fabbisogno, nel terzo trimestre siamo intorno all’1%, questi i numeri aggiornati della Commissione UE.

Ma allora Trump quando accusa l’Europa di avere investito di più nell’acquisto di petrolio russo che finisce in armi contro l’Ucraina che in aiuti a Kiev dice una bufala?
La risposta, come sempre quando si cerca di essere accurati, è un po’ più complicata. Ci appoggiamo a Newsweek ed Euroche ha controllato con attenzione queste affermazioni.

Tutto sembra risalire a uno studio del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) che in soldoni tra febbraio e aprile affermava che ancora nel 2024 l’Europa aveva inviato aiuti per 18,7 miliardi di euro all’Ucraina e comprato idrocarburi russi per 21,9 miliardi di euro.
Nel triennio la Russia, anche grazie a 558 tanker fantasma, raggiungeva quasi un trilione di euro di introiti dalla compravendita di idrocarburi fossili, di questi 206 miliardi di euro sarebbero giunti dall’Europa.

Al contempo Trump calcolava 350 miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina contro i 100 miliardi di dollari spesi dagli Europei. Le cifre ben diverse sono sopra, secondo il Kiel Institute Washington ha speso circa 114 miliardi di dollari per Kiev alla fine del 2024.

Ma sul tema del peso dell’import dalla Russia (che comprende anche acciaio, nickel e fertilizzanti) calcoliamo da Eurostat che nei primi 9 mesi del 2025 l’Unione Europea ha coperto il 2% circa del fabbisogno di petrolio (greggio di varia foggia) con l’import da Mosca, circa 3,3 miliardi di euro su un totale di 164 miliardi di euro quasi di importazioni (il 14% dagli Stati Uniti).

La percentuale sul gas naturale liquefatto è ben più importante e in diretta concorrenza con gli USA: il 15% contro il 56% degli Stati Uniti, 6 miliardi di euro a Mosca in nove mesi per l’acquisto di LNG (il 16,26% secondo i nostri calcoli su base Eurostat).

L’import totale di LNG in Europa è stato di quasi 37 miliardi di euro, il 56% nel terzo trimestre era USA.

Se poi si pensa all’import di gas naturale allo stato gassoso (per esempio via condotta invece che tramite nave) aggiungiamo 4,5 miliardi al budget russo su un totale di importazioni UE per 28,7 miliardi di cui nel terzo trimestre del 2025.

In questo caso i fornitori sono Norvegia (25%), Algeria (23%), Regno Unito (21%), Azerbaijan (13%, leggi TAP) e la Russia ‘solo’ al 15%.

Fra petrolio e gas russi l’UE ha quindi speso circa 14 miliardi di euro nei 9 mesi.

Nello stesso periodo contiamo: accordo di garanzia BEI per l’Ucraina da 2 mld nel marzo 2025, rata facility da 3,5 mld ad aprile, altri 2,3 mld in garanzie ed esborsi a luglio; a novembre sale a 9,5 miliardi di euro l’apporto diretto UE all’Ukraine Facility che raggiunge una potenza di fuoco fino a 50 miliardi di euro (con la leva) e l’Europa aggiunge 1,8 miliardi all’ERA del G7 a supporto dell’Ucraina (potenza di fuoco da € 30,9 mld).
Complessivamente siamo quindi intorno ai 12 miliardi di euro circa, ma con garanzie ulteriori che moltiplicano di circa 3-4 volte questi impegni. La cifra netta è paragonabile e forse inferiore alle risorse acquistate dalla Russia (ma nei 9 mesi l’UE ha importato beni per 21,7 mld ed esporta beni per 22,7 mld con Mosca), sarebbe però fuorviante se non si considerasse che un taglio di forniture di gas naturale (gassoso, quindi via condotta) dal 48% del totale al 15% in tre anni è una impresa gigantesca che raramente si è vista in epoca moderna e, mercantilismo a parte, ha sorpreso persino Bruxelles e gran parte degli osservatori.

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